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Ce ne hanno davvero raccontate tante! O meglio, siamo noi che tendiamo a “berci” l’esistente senza chiederci troppo da dove arriva. Un po’ come se fossimo tutti vittime di una politica di comunicazione, protratta nei secoli, che ha dato forma al mondo così come lo vediamo, facendoci credere che sia reale. Uno spot che dura da secoli: alla fine abbiamo comprato il prodotto credendo fosse la verità…

Devo dire che sono rimasto sorpreso. Temevo che troppi articoli su un solo argomento stancassero, e invece… Centinaia di contatti, interesse ai massimi, stimoli per continuare…

Beh, non vorrei parlare del Natale per sempre, e francamente c’è molto di assai più interessante. Tuttavia qualche sassolino dalle scarpe ce lo siamo tolti, e quindi – fatto trenta – facciamo trentuno: ovvero andiamo avanti fino al 31, chiarendo ancora alcune “cosette”, tanto per completare il quadro.

Vogliamo cominciare da Babbo Natale? Da quel signore così rassicurante che non fa che confermare l’agiografia del vecchio saggio come un padre premuroso che ci coccola?

E sia: Ciak! Babbo Natale, scena prima, Trecento dopo Cristo…

Cominciamo col dire che il personaggio di Babbo Natale si ispira alla leggenda di San Nicola, il giovane figlio di una coppia di cristiani benestanti di Patara, città della Licia romana, situata nella parte anatolica meridionale dell’odierna Turchia.

Persi i genitori prematuramente, a causa della peste, il giovane Nicola si trovò improvvisamente erede di una piccola fortuna che – si dice – utilizzò da subito per aiutare concittadini bisognosi (una leggenda racconta, per esempio, che venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione, Nicola abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo, che così poté onestamente sposare le figlie).

Successivamente, da Patara, Nicola si trasferì a Myra, sede vescovile delle prime chiese cristiane d’Oriente, dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo della città, Nicola venne acclamato a furor di popolo nuovo vescovo. Fu anche imprigionato da Diocleziano e liberato successivamente da Costantino.

Non è del tutto certo il fatto che abbia partecipato al Concilio di Nicea (325 d.C), ma fu certamente acerrimo avversario dell’arianesimo, una dottrina cristologia elaborata da Ario (monaco e teologo egiziano) che sosteneva la non consustanzialità del Figlio con il Padre: affermava cioè che Dio era unico, eterno ed indivisibile, e quindi Gesù (il “Figlio” di Dio) non poteva essere considerato Dio come il Padre, visto che la natura divina è unica. Essendo un “figlio”, Egli non esisteva dunque dall’eternità, ma era stato creato e non generato, poiché la natura divina è indivisibile. Fra Padre e Figlio non sussisterebbe un legame di natura, dunque, ma di creazione.

Fu proprio al Concilio di Nicea che questa dottrina venne dichiarata eretica, affermando invece la consustanzialità (homousia) di Padre e Figlio (ricordate nel Credo, la frase «…generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre…»?). Bene. Nicola fu acerrimo avversario delle idee di Ario, e anzi la leggenda dice che, in un momento d’ira, prese addirittura personalmente a schiaffi il teologo egiziano. Quando si dice «un sereno scambio di opinioni…»! (Anche perché Dio non intervenne mai personalmente nella questione e, per quanto se ne sappia, ancora oggi non si è espresso sull’argomento…).

Beh, facciamola breve: Nicola morì a Myra (6 dicembre, probabilmente del 343 d.C.) e lì venne sepolto.  Già in vita, si affermava tra il popolo che il vescovo compisse miracoli; tale convinzione si consolidò dopo la sua morte, e un gran numero di leggende si diffusero in tutto il Medio Oriente. Fu fatto quindi santo.

Ciak! Scena seconda. Sette secoli dopo, nel 1087, quando Myra cadde in mano musulmana, Bari e Venezia (dirette rivali nei traffici marittimi con l’Oriente) entrarono in competizione per assicurarsi le reliquie del santo. Dai baresi fu organizzato un vero e proprio blitz: una spedizione di sessantadue marinai, su tre navi, compì l’impresa: la salma e il presunto tesoro del santo furono trafugati e portati a Bari. Così, San Nicola diventò il santo protettore di questa città. Di lui parla anche Dante nel Purgatorio (XX-31-33 «…Esso parlava ancor de la larghezza/ che fece Niccolò a le pulcelle,/ per condurre ad onor lor giovinezza…»).

E questo è un punto interessante: come abbiamo già accennato (e come ricorda Dante) la leggenda racconta delle tre giovani povere destinate alla prostituzione. Pare che un nobiluomo caduto in miseria volesse sposarne una, così andò da S. Nicola che promise il suo aiuto. Il Santo, per due notti consecutive, lanciò un sacco di monete d’oro all’interno della casa delle tre fanciulle. Al terzo giorno trovò le finestre chiuse, così fece entrare in casa il sacco calandolo dal camino. Intorno al camino erano stese delle calze, che si riempirono di monete d’oro.

Bingo! Nella fantasia popolare S. Nicola diventò così “il portatore di doni”, nella notte del 6 dicembre (S. Nicola) e – successivamente – la tradizione si estese anche alla notte di Natale.

Ciak! Scena terza. Il culto del santo, nel tempo (e lasciamo stare i dettagli), si diffuse particolarmente nell’Europa del Nord, dove fu conosciuto come Sankta Klaus (corruzione da Sanctus Nicolaus) e rappresentato come il buon vecchio dalla barba bianca, che porta doni ai bimbi buoni. Secoli dopo, la tradizione fu trasferita in America dagli immigrati olandesi: il santo, in olandese, veniva chiamato Sinter Klass, ma negli Stati Uniti si affermò come Santa Klaus.

Ciak! Scena quarta. E qui viene il bello: gli americani si appropriarono della storia (naturalmente tralasciandone le origini mediorientali): nel 1809 lo scrittore Washington Irvin raccontò per la prima volta gli spostamenti di Babbo Natale nel cielo per la distribuzione dei regali; nel 1821 il pastore americano Clement Clarice Moore scrisse una favola sul Natale, per i bambini, nella quale il personaggio di Babbo Natale appariva con una slitta tirata da otto renne (e immaginate quanto il povero Nicola originale, in Anatolia, sarebbe diventato matto a reperire delle renne tra le rocce desertiche…).

Nel 1860 Thomas Nast, illustratore e caricaturista del giornale New Yorkais Illustrateur Weekly, rivestì Babbo Natale di una lunga mantella guarnita di pelliccia. Per quasi 30 anni Nast illustrò tutti gli aspetti della leggenda di Natale e nel 1885 stabilì la residenza di Babbo Natale al Polo Nord. L’Anno seguente, lo scrittore americano Gorge P. Webster precisò che la fabbrica di giocattoli e la dimora di Babbo Natale erano nascosti tra i ghiacciai del Polo Nord.

Ciak! Scena quinta (occhio: arriva lo sponsor!). Nel 1931 la Coca Cola decise di usare Babbo Natale nelle sue campagne pubblicitarie e commissionò ad un artista americano, tale Haddon Sundblom, l’incarico di ridisegnare e standardizzare il vecchio santo gentiluomo. L’artista si ispirò al suo vicino di casa, commesso viaggiatore sempre indaffarato con pacchi e pacchetti, un uomo grasso con barba bianca e fare pacioso.

Bene: Vicino di casa + colori bianco e rosso della coca cola = Babbo Natale. L’immagine convinse i dirigenti della Coca Cola che la riportarono su una delle prime pubblicità: un folletto ciccione con la pancia a botte, il barbone bianco, che indossa un abito rosso bordato di pelliccia bianca, stivali neri e cinturone con in mano una bottiglia di Coca Cola…

Da quando quella campagna pubblicitaria fu conclusa, nessuno al mondo ha mai più visto Babbo Natale raffigurato con colori diversi. E il povero San Nicola – del tutto ignaro del suo nuovo look – probabilmente si sta ancora interrogando sulla transustanzialità di Padre e Figlio…

Un’avvertenza: sappiate che quando vi travestite con un chilo di cotone idrofilo per i vostri figli, rappresentate uno dei milioni di testimonial della più riuscita campagna pubblicitaria della storia. Almeno bevetevi una Coca Cola: sarete più credibili…

12. continua

precsucc

 



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1 comment

  1. Stefania 26 novembre 2015 a 13:17

    Questo blog ha dei contenuti molto interessanti.

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