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Il Dandy e il suo doppio: “Il Ritratto di Dorian Gray”

martedì 30 settembre 2008

Testi d'autore

Di Cristina Rivaroli

Un libro che si assume il compito di far riflettere sul bello, sull’intelligenza, sulla morale (e sulla moralità), sulle buone e le cattive azioni, sul bene sul male, sulla vecchiaia e sulla giovinezza e quant’altro faccia parte della vita, ma che di questa finisca per essere solo il problema…

«Lo studio era intriso di uno splendido odore di rose, e quando la lieve brezza estiva frusciava fra gli alberi del giardino, dalla porta aperta penetrava i pesante profumo delle serenelle, o quello più delicato dei rosaspini».

Questo incipit, già intriso di estetica, almeno quanto lo era lo studio dell’odore delle rose, introduce immediatamente nell’atmosfera del romanzo. Un’atmosfera nella quale il bello, l’apparire, la forma, dominano incontrastati, così come avevano dominato l’intera vita di Oscar Wilde.

Nella stanza, descritta più per allusioni che non nei particolari, stanno, immobili, tre figure: due personaggi in carne ed ossa e un ritratto, a figura intera, di un giovane di singolare bellezza. Sarà questo ritratto che vivrà in tutto il romanzo, perché sarà lui che invecchierà e imbruttirà, mentre il suo modello, Dorian Gray, si abbandonerà a una vita sregolata, a ogni sorta di nefandezze, giungendo persino al delitto, senza che nulla possa veramente toccarlo, rimanendo miracolosamente immune dalla decadenza e dal dolore.

I personaggi del romanzo sembrano esclusivamente intenti alla ricerca di ciò che considerano piacere e, nella ricerca del piacere puramente estetizzante, nella illusione di trovare la gioia in ciò che appaga i loro sensi, trovano solo dolore, inquietudine, insoddisfazione. Neppure Dorian Gray, colui che ha rinunciato alla propria anima, persino alle proprie emozioni, per non invecchiare di fuori, per conservare intatto il corpo, è felice, e alla fine pugnala l’infame ritratto, ma cade a terra, morto, mentre l’opera d’arte recupera la propria originaria bellezza. Soltanto una notte, tornando a casa dopo una serata durante la quale Lord Henry (l’alter ego dell’autore) avverte la stanchezza, la tragedia di non essere mutato: «Può un uomo veramente mutare? Sentì di desiderare follemente l’immacolata purezza di quando era fanciullo… sapeva di essersi insozzato, di essersi riempito lo spirito di corruzione, di avere invocato infami fantasie… Ah! che momento di passione e di orgoglio mostruoso quello nel quale aveva invocato che il ritratto portasse il peso dei suoi giorni, ed egli potesse conservare l’intatto splendore dell’eterna gioventù! ».

Tutto il romanzo è un apologo stupefacente. Non saprei dire quanto consapevolmente Oscar Wilde abbia riprodotto e dilatato con arte raffinata tante delle paure e delle ossessioni dell’uomo moderno, ma il risultato è sicuramente quello di far riflettere sul bello, sull’intelligenza, sulla morale, sulla moralità, sulle buone azioni, sulle cattive azioni, sul bene sul male, sulla vecchiaia e sulla giovinezza e quant’altro faccia parte della vita, ma che di questa finisca per essere solo il problema.

Oscar Wilde

Oscar Wilde si ritrae nella figura di Lord Henry e in quella di Dorian Gray ad un tempo. La sua vita fu segnata dall’amore per il bello quanto dall’omosessualità. Entrambe le cose lo portarono in prigione per due anni, anche se il processo che subì fu solo per omosessualità, in realtà era odiato dalla società del tempo perché sosteneva che: «l’artista non è mai morboso, l’artista può esprimere tutto».

Il Ritratto di Dorian Gray uscì nel 1890 sul “Lippincott’s Monthly Magazine” e l’anno successivo fu pubblicato in volume insieme alla prefazione che l’autore stesso ne fece. Lo scandalo che suscitò è, ancora oggi, il segno della sua efficacia filosofica e morale.

Da consigliare a chi ancora pensa che basti sembrare giovani per avere tutto.

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