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“Il lupo” di Hesse, ovvero: imparare a ridere

martedì 30 settembre 2008

Testi d'autore

Di Francesco Vignotto

Il lupo della steppa non è solo uno dei tanti romanzi di Hermann Hesse. È un viaggio iniziatico, un Teatro Magico dell’anima dove anche il lettore sarà invitato a pagare all’ingresso… il cervello. Solo per pazzi, sì, ma di pazzia sopraffina, quella che porta molto vicino alla vera sapienza, di chi ha lo stomaco per ridere di tutto, ma proprio di tutto…

«“Pensa, Harry, attraverso quante porcherie e scempiaggini dobbiamo passare per arrivare a casa! E non abbiamo nessuno che ci guidi, unica nostra guida è la nostalgia”».

Se il tuo corpo è uno, non dare per scontato che anche la tua anima sia una sola. Lo sa bene Harry Haller, alter ego di Hermann Hesse (notare le iniziali), convinto che nel suo petto si combattano l’anima di un uomo colto e quella di un lupo famelico e disadattato. Ma Harry non è ancora pazzo, malgrado si trovi emarginato dalla schizofrenica società tra le due guerre e mediti con insistenza il suicidio.
L’anima è un prisma dalle mille facce, ma i più credono di conoscerne una soltanto. Per questo Harry è quasi un genio: perché in sé ne ha viste ben due.

Tuttavia l’intuizione di Harry, seppur formidabile, è ancora una piccola briciola della realtà. Immaginate, commenta Hesse, un giardino con mille specie di fiori, mille varietà di frutta, cento specie di alberi: se il giardiniere conosce solo la distinzione tra “mangereccio” e “zizzania”, allora non saprà che farsene dei fiori più belli e abbatterà gli alberi più nobili. Per questo “uomo” e “lupo” per Harry non sono che etichette da appiccicare sulle specie botaniche che fioriscono dentro di lui: ma che ne è di tutte le piante che crescono nel suo giardino che non sono né umane né lupine?

Hermann Hesse

Succede allora che Harry, tipico intellettuale tedesco del primo Novecento, votato allo spirito e agli “immortali”, amante di Mozart e Novalis e acerrimo nemico del grammofono e del jazz… succede che una sera, avendo deciso di tornare casa e tagliarsi finalmente la gola, si fermi in un locale dove conosce una disinvolta ragazza che di mestiere fa la “cortigiana”. Ma quando lo invita a ballare… Harry deve confessare che proprio non ne è capace!

«”Dunque non sai ballare! Proprio niente? Nemmeno un onestep? E mi vieni a dire di esserti occupato della vita? Mi racconti fandonie, ragazzo mio. Non sta bene alla tua età. Come puoi esserti sforzato a vivere se non sai neanche ballare? (…) Strani concetti che hai della vita! Hai fatto sempre cose difficili e complicate e non hai imparato quelle semplici”».

La bella Erminia, che somiglia molto a una vecchia conoscenza (provate a volgere il nome al maschile), comincia da quella sera a prendersi cura di Harry, gli impartisce lezioni di ballo, gli procura un’amante leggera e disinibita e lo inizia a tutte le frivolezze della vita di fronte alle quali Harry è veramente un bambino. Così, a quasi cinquant’anni, con la giovane Maria conosce l’amore allegro e spensierato (lui che aveva solo conosciuto quello tragico e litigioso!), e nelle sale da ballo scopre che la musica non è soltanto anelito allo spirito, ma è anche quella forza senza parole che unisce elettricamente i corpi e scioglie le singole personalità “come il sale nell’acqua”. Un mondo intero che era rimasto velato dal pregiudizio e dall’inibizione, ma non per questo a lui estraneo, come la vita.

«Danzavo con questa e con quella, ma non stringevo fra le braccia soltanto lei, non sfioravo soltanto i capelli di lei, non respiravo soltanto il profumo di lei, ma di tutte, di tutte le altre donne presenti con me nella stessa sala, lanciate nella stessa danza, avvolte nella stessa musica, e mentre i loro visi radiosi mi passavano accanto come grandi fiori fantastici, tutte erano mie e io ero loro, tutti eravamo partecipi di tutti. E vi erano compresi anche gli uomini, io ero anche in loro ed essi non mi erano estranei, il mio sorriso era il loro, il loro invito era il mio».

Tutto qui? No, certamente. Si prepara il vero colpo di scena. Come in ogni romanzo di Hesse, ogni conquista è solo temporanea e non ci si può beare a lungo dei risultati, col rischio di rimanere con un cumulo di gusci vuoti. Perché Harry, come la sua enigmatica guida Erminia, non possono accontentarsi di una vita che è una comoda stanza borghese dove si mangia, si beve e si balla ascoltando le canzoni alla moda, mentre fuori si prepara una nuova guerra. Harry ed Erminia hanno una dimensione in più: l’eternità.

Così, al termine di uno sfrenato ballo in maschera, complice del liquore e qualche sigaretta particolare, Harry viene introdotto dall’indolente sassofonista Pablo nel labirinto del suo Teatro Magico. Il prezzo di ingresso è… il cervello. In altre parole, Harry deve suicidarsi. Ma questa volta non con il rasoio, bensì con una risata. Perché, avverte Pablo, Harry deve imparare a ridere, ridere grassamente di quella sua vecchia immagine di uomo-lupo che ancora appare nello specchio, per dissolverla una volta per sempre. Da ora in poi, il conglomerato-Harry esploderà in mille rivoli di possibili vite. Tutte sono Harry, e Harry è in tutte.

D’altra parte – ci aveva avvertito Hesse – cosa sono i personaggi di un romanzo se non la proiezione della molteplicità interiore di chi scrive? E che cos’è un romanzo se non l’allusione a ciò che è nella realtà la vita? Per questo, più Harry avanza, più realizza che non ha a che fare con persone da sé distinte, ma con i propri frammenti che deve riconquistare.
Nulla gli è alieno: nel Teatro Magico proverà una sfrenata eccitazione nell’uccidere, scoprendo che il suo orrore per la guerra non ha origine nella perversione dei governanti e degli esaltati, ma negli orrori che lui stesso contiene, nella brutalità dell’uomo addomesticato dal lupo, con il sapore del sangue fresco in bocca. Così la sua personalità si scompone in mille “figurine” con cui è invitato a giocare. Schizofrenia? Forse, ma chi vede in senso così elevato la propria immagine andare in frantumi potrà anche “ricomporre i pezzi in qualunque momento e nell’ordine che più gli piace, raggiungendo in tal modo una varietà infinita nel giuoco della vita”.

Già, il gioco, “l’arte di vivere”. Le regole sono svelate e Harry ha in mano le carte. E cosa può fare il giocatore che si ricordi che sta giocando? Ancora una volta, ridere. Solo ora Harry capirà davvero quel riso con cui Goethe l’aveva indispettito in sogno, il riso spaventoso dello spernacchiante Mozart che lo condannerà per avere ancora una volta preso troppo sul serio la vita. “Era senza oggetto quel riso, era tutto luce, tutto luminosità, era quel che rimane quando un uomo vero è passato attraverso le pene, i vizi, gli errori, le passioni e i malintesi degli uomini…”.

***

Qui potete vedere il trailer di Steppenwolf, film del 1974 di Fred Haines con Max Von Sydow nei panni di Harry Haller:

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1 Commenti per questo articolo

  1. y scrive:

    francesco… mi è piaciuto questo articolo. ti ringrazio… se puoi..condividi ancora!!
    a presto!

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