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Io non sono

martedì 30 settembre 2008

Il mestiere dei libri, Primo piano

Non sono un critico letterario. Neppure un professore di lettere, né un giornalista. Faccio l’editore, ma mi vien da ridere quando sento l’effetto sovraccarico di quella parola. Ho scritto una trentina di libri, ma il termine scrittore mi fa ridere ancora di più.

Lettore, ecco: è quello che mi piace soprattutto, che rappresenta più compiutamente quello che credo di essere. Innanzitutto perché non faccio che leggere – per lavoro, per necessità, per abitudine e quasi come elemento di contatto quotidiano col mondo. In secondo luogo, perché so – in questo – di essere libero.

Libero di non dover giudicare ogni scritto. Di non doverlo collocare in uno stile o uno stereotipo, di non dovermi porre al di fuori e al di sopra, insomma, ma di potermici immergere, andando a conoscere una delle innumerevoli sfaccettature dell’animo umano.

Perché è così: le parole certo sono in grado di camuffare, di nascondere, di trasformare il pensiero e mostrare ciò che non è. E molti sono in grado di usarle per questi fini (anche se la responsabilità è di chi le ascolta, irretito dal significato, dal ritmo, dall’eloquenza e incapace di “sentire” il cuore che le dovrebbe dettare).

Ma questo avviene più nel “parlato”, in quell’oratoria quotidiana che può vantare la scuola e la malizia di una vita. Più difficile per iscritto. Per imperizia – certo – ma anche perché le parole scritte hanno un peso specifico, ed è difficile che non mostrino – tra le righe – l’ombra rivelatrice dell’alter-ego che ci accompagna.

Lo scritto rivela. La pagina smaschera. Il testo annuncia – con cruda verità – grandezza, sensibilità, fragilità, impostura e pochezza dell’essere umano. Scrivere è svelarsi (letteralmente “togliersi il velo”) – così come cantare, dipingere, danzare – ed è piuttosto difficile dissimulare ciò che si è. Per fortuna.

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1 Commenti per questo articolo

  1. Roberto scrive:

    Poche parole, ma ben indirizzate.
    Se la media dei lettori avesse questo tipo di chiarezza, probabilmente le librerie si svuoterebbero e i libri tornerebbero ad un numero inversamente proporzionale alla loro qualità.
    Come nelle epoche in cui per essere scrittore, prima bisognava essere o almeno aver vissuto ciò di cui si scriveva.

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