La scrittura infinita
martedì 30 settembre 2008
Potenza della scrittura! Un foglio bianco, dei segni scuri, e si apre un mondo, forse proprio l’unico mondo che può spalancare un’intuizione fondamentale.
Eppure la scrittura non è sempre stata così popolare: vi si preferiva la trasmissione orale.
I più antichi regni d’Egitto conosciuti dagli archeologi risalgono a cinquemila anni fa (ma i papiri di quell’epoca ci sfuggono) e la scrittura cuneiforme assira, riconosciuta come precorritrice del moderno alfabeto, data appena tremila anni ad oggi. Un’inezia, considerata l’antichità dell’uomo.
Ma non basta: per gli antichi, la parola scritta non era altro che un’impostura, una specie di succedaneo della parola orale e buona appena per qualche rendiconto amministrativo o poche cronache diaristiche. Si sa che Pitagora non abbia scritto (i Versi Aurei non sono di suo pugno) e Platone, nel Timeo, afferma: «è ardua impresa scoprire l’artefice e padre di questo universo, e, una volta scoperto, è impossibile rivelarlo a tutti gli uomini». Sempre lui, nel Fedro, racconta una favola egizia contro la scrittura (la cui pratica fa sì che la gente trascuri l’esercizio della memoria e dipenda da simboli), e afferma che i libri sono come le figure dipinte, «che paiono vive, ma non rispondono una parola alle domande che loro si pongono». Fu probabilmente per questo che inventò il dialogo filosofico. Il maestro sceglie il discepolo, ma il libro non sceglie i suoi lettori, che possono essere malvagi o stupidi.
Tale preoccupazione perdura nel tempo e ne ritroviamo echi nei testi evangelici: «Non date le cose sante ai cani, né gettate le vostre perle davanti a porci, acciocché non le calpestino coi piedi, e si volgano contro di voi e vi sbranino». Questo lo disse il Maestro Gesù, il più celebre dei Maestri orali, che una sola volta scrisse alcune parole in terra e tutti le ignorarono, andandonsene (Giovanni, 8:6).

Insomma, la scrittura non era solo patrimonio dei pochi “colti”, ma incontrava la piena diffidenza degli stessi, più propensi a fidarsi della trasmissione orale, rischi di fraintendimento e deformazione inclusi.
Solo alla fine del 400 dopo Cristo ebbe inizio il processo mentale che, dopo molte generazioni, avrebbe portato al predominio della parola scritta su quella parlata. Esemplare il caso di Sant’Agostino che, nel libro sesto delle Confessioni, narra del suo stupore nel vedere la “strana” abitudine alla lettura del suo maestro, nientemeno che Sant’Ambrogio: «Quando Ambrogio leggeva, faceva scorrere lo sguardo sulle pagine penetrando il loro significato, senza proferire una parola né muovere la lingua. Molte volte – poiché a nessuno si proibiva di entrare, né c’era costume di annunciargli chi venisse – lo vedemmo leggere tacitamente e mai in altro modo, e dopo qualche tempo ce ne andavamo, ritenendo che quel breve intervallo che gli era concesso per ristorare il suo spirito, lungi dal tumulto degli altrui negozi, non voleva egli che glielo occupassero con qualche altra cosa, timoroso forse che un ascoltatore, attento alla difficoltà del testo, gli chiedesse la spiegazione di un passo oscuro o volesse discuterlo con lui, che con ciò non avrebbe potuto leggere tanti libri quanti desiderava. Io credo che leggesse in quel modo per preservare la voce, che gli diveniva fioca con facilità. A ogni modo, qualunque fosse il proposito di quell’uomo, certamente era buono».
Ecco descritto, con toni di sorpresa, un evento che ben rappresenta il processo di passaggio dal segno di scrittura all’intuizione, omettendo il segno sonoro; la strana arte che in quel momento iniziava, l’arte di leggere silenziosamente, avrebbe condotto a conseguenze meravigliose. Avrebbe condotto, trascorsi molti anni, al concetto del libro come fine, non come strumento di un fine.
Tutto questo si può ascrivere al progresso dell’umanità, un meraviglioso iter evolutivo che ha condotto all’accumulo delle nozioni, al confronto, alla diffusione del sapere; per certi canali, ha permesso la nascita della scienza.
Milioni di tesori sono andati distrutti: dalla biblioteca di Alessandria, ai vari roghi delle molteplici dittature e inquisizioni che ci hanno allietato nei secoli. Papiri, pergamene, manoscritti e libri meravigliosi, dove forse era stato miniato il mantra segreto che andiamo cercando da sempre.
E poi, quanti libri abbiamo letto, di quanti altri abbiamo sentito raccontare… Ed è come se ogni libro scritto, anche se non letto proprio da noi, arricchisca in qualche modo il nostro percorso, quasi venisse ascritto d’ufficio a quella “biblioteca dell’“umanità” cui ogni notte attingiamo nei sogni.
In fondo la parola è anche simbolo, anima e seme del concetto o dell’oggetto che rappresenta. E ancora di più lo sono le lettere che la compongono, venticinque semplici segni che costituiscono i princípi combinatorî dell’Universo. Nello Sefer Yetsirah si dice: «Ventidue lettere fondamentali: Dio le disegnò, le incise, le combinò, le pesò, le permutò, e con esse produsse tutto ciò che è e tutto ciò che sarà». Bacone pensava che il mondo potesse essere ridotto a forme essenziali (temperature, densità, forme, colori) che componevano, in numero limitato, un abecedarium naturae o serie delle lettere con cui si scrive il testo universale (buon osservatore, Bacone: enuncia l’esistenza dei Princípi a partire dall’osservazione del reale…).
Posto dunque un tempo infinito (e una pazienza altrettanto infinita), combinando le lettere dell’alfabeto si possono ottenere tutte le parole contenute in questo blog; e combinando all’infinito anche quelle si ottiene certamente l’intero universo scritto della rete, così come tutti gli Internet e le reti globali possibili.
Potenza dell’infinito (e sfiga del finito)! Tutto è già scritto, compresi i luoghi comuni e le idiozie che leggiamo ogni giorno: cosa ci stiamo a provare anche noi, allora?
Forse, di fronte a cotanta impotenza, gli antichi non avevano tutti i torti a diffidare della parola scritta… Preferivano guardarsi negli occhi, affidare ai sussurri o alle grida il senso di un discorso, serbare nel cuore le parole preziose, e rivelarle solo ai degni, o ai forti, poiché certi segreti sono ancora per i pochi.
E poi, diciamocelo, come si può rendere (come si può comprendere) la frase improvvisa di un vero Maestro, tra le pause e il vibrare del silenzio, che attraversa il cuore come una lama di luce?
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Tags: antichi, Maestro, Pitagora, Platone, Sant’Agostino, simboli








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