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Quanti deficienti di troppo?

sabato 18 ottobre 2008

Il mestiere dei libri

Che le parole abbiano un peso, non c’è dubbio. E non solo rispetto al loro significato, ma a anche al valore d’uso che se ne fa e relativamente al contesto specifico. Se, per esempio, letteralmente l’aggettivo “deficiente” si riferisce a un oggetto (o un soggetto) che “deficie” di qualcosa (ossia ne è mancante), provate a pronunciarlo nei confronti di un politico durante un dibattito televisivo e… godetevi la reazione!

Naturalmente questa è un’osservazione che ha il sapore dell’ovvietà. E non è neppure il “punto” a cui volevo arrivare. In questo caso, infatti, non mi interessa sottolineare il significato, quanto la ridondanza delle parole che usiamo. Ovvero quanto poco è ricco il nostro vocabolario e in quale misura tendiamo a ripetere sempre gli stessi termini.

Oltre che un elemento stilistico (che ci può anche poco interessare), la questione sottolinea anche il fatto che evidentemente noi diamo un valore a certi termini che non è necessariamente lo stesso per tutti. E quindi crediamo di comunicare qualcosa che, invece, non è recepito con la stessa forza. Anzi, la ripetizione “svuota” l’impatto della parola e – in qualche modo – la “svaluta”.

Riprendo da un bell’articolo de il mestiere di scrivere: «Praticamente tutto quello che abbiamo da dire, anche cose molto complicate, possiamo dirle con le 2.000 parole del vocabolario fondamentale o, se ci vogliamo proprio allargare, con le altre 5.000 parole del vocabolario di base. Con queste parole Dante ci ha scritto quasi tutta la Divina Commedia.

«Intorno a questo nucleo di cui ci serviamo tutti per circa il 97% delle nostre espressioni, ci sono le 40.000 parole del vocabolario comune, quelle che conosciamo se abbiamo fatto gli studi superiori.

«Naturalmente non è finita qui: ci sono i linguaggi specialistici, centinaia di migliaia di parole, soprattutto delle scienze, che solo gli specialisti appunto conoscono»

Dallo stesso blog, in un altro articolo di qualche mese fa, mi arriva uno spunto delizioso. Si tratta di un «giochino divertente e rivelatore [che] trasforma il testo in un’immagine con la grandezza delle parole proporzionale alla loro frequenza. Il principio è quello delle tag cloud dei blog, ma con un’enorme scelta tra colori, font, orientamenti..»… Si chiama Wordle, e lo trovate qui.

In sostanza, potete incollare qualsiasi testo nella finestra che vi appare, e poi semplicemente cliccare su “Go”. Vi apparirà poco dopo un’immagine che dispone tutte le parole presenti in quel testo, con grandezze proporzionali alla ripetizione delle stesse. Potete poi trasformare la stessa analisi in diversi formati grafici, con scelte di carattere, colori e disposizioni molto gradevoli.

Quel che più conta, però, avrete un quadro molto significativo di quanto avete ripetuto ogni vocabolo in quel vostro testo: se le parole più grosse sono riferite all’argomento principale allora ha una senso, sennò, se sono aggettivi, enfasi, interiezioni, allora vuol dire che forse dovete un po’ rivedere il vostro modo di scrivere…

Un suggerimento: scegliete italian in “language”, nel menu, cosa che permette di rimuovere dal conteggio articoli, preposizioni e altri termini comuni propri alla lingua, che “disturbano” l’analisi.

A proposito: tutte le illustrazioni contenute in questo articolo corrispondono esattamente al testo che avete appena letto, con differenti layout.

Un grande grazie a Luisa Carrada del Mestiere di scrivere, che non mi conosce ancora, ma che leggo da tempo con vero piacere e stima.

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2 Commenti per questo articolo

  1. Franz scrive:

    Parole… parole… parole… non ne voglio più… chiosava l’hit di taluni anni fa. La ridondanza semantica è conseguenza diretta di quella mentale. L’italiano medio non legge, se non i risultati delle partite di calcio o gli annunci mortuari in fondo a certe testatucole di provincia, e quando per un curioso scherzo del destino usa l’occhio per qualcosa di diverso dalla sbirciatina alla minigonna velinesca, in genere si sentono affermazioni idiosincrasiche per ogni testo che superi le tre righe.
    Nessuno stupore quindi che i concetti presenti in emisferi mal collegati tra loro siano rari quanto le proverbiali e “letizie” particelle di sodio.
    Inoltre la vita quotidiana, portata avanti senza un minimo spirito di osservazione o presenza, fa sempre più spesso si che le impressioni passino accanto senza aver il minimo appiglio cui far capo per penetrare in corteccia e germogliare una qual parvenza di risposta da parte di cervelli ormai sempre più sopiti ed avvezzi quasi unicamente al maneggio zappinaro del molesto telecomando.

  2. Valeria Cianciolo scrive:

    Grazie Mauro per questo incoraggiamento a non svuotare di contenuti – di significato – ciò che desideriamo comunicare attraverso testi il cui “significante” è troppo spesso impoverito, arido, dissonante.
    Scrivere è un’arte e le parole, suono; che molto facilmente possiamo trasformare in rumore. In tal caso il messaggio inviato giunge all’interlocutore disturbato (contraddittorio) o privo di forza espressiva (di vitalità).
    Del resto non rischiamo di esprimerci col medesimo impoverimento comunicativo usando tutti i giorni un linguaggio verbale e gestuale ripetitivo, meccanico, limitato e limitante nelle possibilità di rivelarci?
    Penso alla gestualità contratta, al respiro trattenuto, agli sguardi troppo frettolosi o sfuggenti, strette di mano un po’ “flosce”, abbracci mancati, spalle incurvate, sorrisi più simili a smorfie, voci assottigliate da gole contratte. Da adulti, invece di attingere dall’esperienza per ampliare le nostre possibilità espressive, impariamo perfino a trattenere il rossore delle guance o una lacrima di emozione.
    Quanto è ampio il repertorio gestuale di cui ciascuno dispone?
    Insomma, intuisco che le tue parole siano un appello ad arricchire il nostro vocabolario – indubbiamente troppo spesso scarno e monotono – non solo per ragioni stilistiche ma soprattutto con l’intenzione di stimolare un arricchimento comunicativo che non si limiti alla scrittura ma si estenda ad ogni momento di interazione col prossimo, suggerendoci che abbiamo a nostra disposizione infinite possibilità di espressione e di azione.
    Un abbraccio

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