l’insostenibile apparenza della realtà
venerdì 24 ottobre 2008
Il mondo che vediamo, quello che costituisce il teatro della nostra esistenza, è ciò che noi chiamiamo “realtà”. Ma siamo certi che sia l’unico mondo possibile? Siamo certi che ciò che percepiscono i nostri sensi costituisca tutto il conoscibile?
Se lo sono chiesto in molti. Anzi, esiste una precisa disciplina filosofica che si occupa di questo problema: l’ontologia. Naturalmente evito di addentrarmi in una… discussione ontologica, soprattutto perché molti lo sanno fare certamente meglio di me.Tuttavia il tema è interessante e – di fatto – rappresenta il “nocciolo duro” di un sacco di questioni legate alla nostra quotidianità, che diamo generalmente per scontate e tali non sono. Il tema della giustizia, per esempio (dietro cui fa capolino quello della Verità), o quello della morale, dell’educazione, dei valori… Una questione che tocca prepotentemente anche il mondo della scienza, nonché – ovviamente – anche la metafisica (e di conseguenza, tanto la religione quanto la superstizione).
Più banalmente, possiamo chiederci addirittura quanto “reale” sia questo mondo che vediamo sul nostro monitor: si può vedere, se ne odono i suoni, da non molto può emettere profumi (vedi qui) e per i sapori un simil-Giovanni Rana, da qualche parte, si starà certo organizzando…
In ogni caso, il nostro PC produce certamente emozioni, qualche volta idee e ci dà spesso persino la sensazione di… comunicare…
Sembra “vero”! Invece la sua realtà è semplicemente un’alternanza di corrente, un “acceso-spento” velocissimo che assomiglia tanto agli esagrammi de I Ching e produce a sua volta un oracolo di grande successo, che sta ipnotizzando il mondo.
Sul piano individuale, poi, cosa è realtà? Siamo sicuri, per esempio, che vediamo le stesse cose che vedono gli altri? Quello che io chiamo “rosso” (e che anche gli altri chiamano allo stesso modo) sono così certo che un altro non lo veda come io vedo il colore che chiamo “verde”? Ma siccome lo vede così fin da piccolo, lo chiama “rosso” anche lui (e ai semafori, così, si ferma col verde e passa col rosso, senza che succeda nulla…).Qualche razionalista obietterà che ormai la scienza cataloga i colori attraverso le loro vibrazioni elettromagnetiche (era ora che si accorgessero che tutto “vibra”, visto che bastava leggere testi di appena cinquemila anni fa, dove già stava scritto a chiare lettere… sanscrite), ma come la mettiamo con le emozioni, con le sensazioni, con i pensieri?
E comunque, a parte la univocità della realtà (cioè se quello che io percepisco è uguale a quello che un altro percepisce), è reale solo ciò che è percepibile dai sensi? E l’elettricità, il magnetismo, i quark?
Certo, abbiamo costruito degli strumenti scientifici, ma anche gli strumenti più raffinati hanno un loro limite… Se con i più potenti radiotelescopi non riusciamo ancora andare più in là di qualche miliardo di anni luce, significa che l’Universo finisce lì? O c’è ragione di credere che continua anche dove noi non possiamo percepire?
E perché allora non dovrebbe essere così per molte altre cose? Possiamo escludere che un’isola deserta sia attraversata da onde elettromagnetiche solo perché nel nostro naufragio abbiamo perso la nostra radiolina? E quand’anche l’avessimo salvata, all’esaurimento delle batterie le trasmissioni radio cessano anch’esse di esistere?
Insomma, se è la nostra possibilità di percezione che delimita i confini di ciò che definiamo “realtà”, allora, espandendo la percezione possiamo forse accedere a una “realtà” più vasta? E se è così, che cosa ci impedisce di farlo? L’abitudine? La limitatezza dei sensi? La rigidità della nostra mente? L’educazione? L’ignoranza? …
Domande intriganti, dubbi legittimi, ipotesi per un percorso di ricerca che potrebbe costituire il senso pieno di un’intera esistenza curiosa e affascinata dalla ricerca del vero. Un’esistenza che potrebbe perfino fare a meno della televisione, del campionato di calcio e degli ipocriti giochi olimpici di Pechino.
Temi affrontati in molti libri (e prossimamente li proporremo) e che comunque costituiscono il lavoro di stuoli di mistici, indagatori, filosofi, umanisti e scienziati che hanno camminato accanto a noi in tutte le epoche e ci hanno “messo in guardia”.
A proposito: segnalo un’interessante incontro con gli autori dei alcuni libri editi dalla nostra casa editrice (l’ultimo è Padroni del vostro destino) che, attraverso l’Istituto da loro diretto, organizzano una “Sesshin d’Autunno”, un seminario di più giorni (ma si può partecipare anche solo nel week-end o la domenica) proprio dedicato a questo tema, con particolare riferimento alla possibilità individuale di abbandonare dipendenze e condizionamenti, indagando le meccaniche della personalità, fino a sviluppare una corretta lateralità e una più completa spazialità espressiva. Io ci andrò di sicuro.
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Tags: limiti, percezione, realtà, sesshin, verità











domenica 26 ottobre 2008 alle 22:29
Questo è un argomento troppo complesso e vasto (e indubbiamente abbraccia molte questioni, comprese scienza e metafisica) per poter essere affrontato con un semplice breve commento.
Pertanto inserirò qui solamente qualche considerazione personale senza alcuna pretesa di approfondimento.
In merito al fatto che i nostri cinque sensi non percepiscono che una parte della realtà, non c’è alcun dubbio; anche la scienza lo dimostra ampiamente.
Tanto per fare qualche esempio, nessuno di noi ha mai osservato a occhio nudo un atomo, un protone o una qualsiasi particella subatomica;
di tutta la gamma di radiazioni elettromagnetiche che vanno dalle radio frequenze ai raggi x, noi non ne vediamo che una piccolissima parte (il “visibile” appunto). Anche il macrocosmo ha i suoi “problemi”; uno che trovo di grande interesse è quello della “massa mancante” ovvero quella quantità di materia che, al calcolo degli astrofisici, mancherebbe all’appello (e si tratta del 90% del totale!). Analogo problema si ha con l’”energia mancante”.
L’approccio scientifico-razionalista non è che un “metodo” di indagine; non si preoccupa di speculare attorno l’insondabile ma piuttosto di indagare su un’ipotesi di realtà verificandola sperimentalmente e descrivendola con un linguaggio matematico che consenta, date le condizioni iniziali e al contorno, di prevedere l’evoluzione di un dato evento (di solito con molte approssimazioni).
Insomma, uno scienziato non si occupa di stabilire a priori l’esistenza di una “realtà più vasta”, ne ci crede per fede, per dogma o per superstizione.
Il suo scopo è, in un certo senso, meno ambizioso: egli cerca prove sperimentali intorno a tale possibile realtà (o parte di essa) e procede per tentativi.
Il limite (questo è il mio parere, è ovvio!) di questo metodo non va cercato nel sistema in sé ma (e questo succede in molti altri ambiti) nell’uso che l’essere umano ne fa: molti uomini di scienza, infatti, rischiano una visione che definirei “dogmatica alla rovescia”: essi sostengono che “altre realtà” oltre a quelle fin’ora confermate sperimentalmente “non esistono fino a prova contraria”. Solo che… da qui a dire che non esistono affatto e sono solo frutto di fantasia di qualche fanatico… beh, il passo è breve.
Ecco il punto che a mio parere costituisce il paradosso:
scopo dello scienziato è allargare il campo della conoscenza utilizzando un metodo di indagine razionalista e analitico. Ma condizione necessaria alla ricerca di conferme sperimentali è stabilire prima di tutto cosa si sta cercando. In altre parole ciò che precede la ricerca è una “ipotesi di realtà”. Ma la formulazione di questa ipotesi richiede un salto logico, un uscire coraggiosamente dagli schemi, un atto creativo, immaginativo, intuitivo insomma. Perché l’intuizione di solito precede la scoperta (come a dire che è possibile scoprire solo ciò che in qualche modo la mente ha già formulato anche se in modo astratto).
E invece una certa categoria di scienziati, chissà perché, ha una tendenza quasi ossessiva nel dichiarare inesistente tutto ciò che ancora non è stato scientificamente dimostrato.
Questo atteggiamento mentale mi sembra mettere un “limite dogmatico” alle molteplici e possibili “realtà più vaste”; insomma, come mettere il carro davanti ai buoi!
Mi domando, come potrà la ricerca scientifica oltrepassare i confini del “già noto” e spingersi verso nuovi orizzonti se li nega a priori?
Non sto evidentemente auspicando l’avvento di una futura generazione di scienziati creduloni, ovviamente, ma solamente un po’ più disponibili ad avventurarsi verso l’inconoscibile, l’altrove e un po’ meno irrigiditi e timorosi.