Radici e parole
Lunedì 27 Ottobre 2008
Di Francesco Vignotto. «Il linguaggio è un virus», diceva Burroughs, e viene dallo spazio. Ad ascoltare l’etimo, ovvero il significato intimo che le parole conservano dalla propria origine, c’è quasi da crederci: le parole di tutti i giorni parlano una lingua che ci sfugge, ma è spesso rivelatoria. Hanno radici filamentose, che si connettono tra loro in costellazioni, ed è sempre una sorpresa portarle alla luce.
Per chi volesse sbizzarrirsi, esiste in rete un motore di ricerca basato sullo storico dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani.
Ecco comunque, qui di seguito, alcuni esempi in ordine sparso (da prendere sempre con le molle, perché l’etimologia non è una scienza esatta, ma indica possibili percorsi…).
L’onnipresente cosa deriva da causa (da cudere, “battere, spingere”) e in italiano antico si diceva cosare per causare (mentre oggi cosare è riservato alle innominabili funzioni escrementizie e riproduttive).
- Madre e materia derivano dalla comune radice ma-, “misurare, disporre”, da cui deriva anche mano.
- Farmaco dal greco phàrmakon, “rimedio” ma anche “veleno” (leggere attentamente le avvertenze).
- Leggere e logica dalla stessa radice di legume, l’indoeuropeo *leg-, “raccogliere”.
- Parola, invece, deriva da parabola. Siccome Gesù parlava in pubblico sempre per parabole, San Girolamo nel tradurre la Bibbia in latino la usò al posto dell’antichissimo verbum.
- Parabola, a sua volta, è dal greco para-bàllo “getto/metto accanto”, “paragono”. Per questo la parabola è spesso un breve e semplice racconto, l’esposizione di una cosa facile per spiegarne una difficile: un metodo di insegnamento molto diffuso in oriente, soprattutto tra i Sufi.
- Simbolo/diavolo. A (s)proposito: Roland Barthes notava che qualcosa “gettato accanto” può centrare l’obiettivo (sun-bàllo, “unisco”, da cui simbolo) oppure deviare (dia-bàllo, da cui diavolo, che negli antichi dialoghi filosofici era il contraddittore).
Nella stessa pagina, però, non si può fare a meno di notare che persona deriva dal latino per-sonare, ovvero “suonare attraverso”, che presso i romani indicava la maschera con cui gli attori si presentavano in scena, e che serviva ad amplificare il suono della voce nel teatro. Da etimo.it leggiamo inoltre che “i tratti del viso erano esagerati” in modo tale che anche gli spettatori lontani potessero riconoscerli.
Ora, sarà un caso, ma l’etimologia rivela un dato che antichissime tradizioni occidentali e orientali da sempre affermano: che la personalità non è altro che il personaggio, o meglio, i personaggi che recitiamo nelle tragicommedie della vita.Chi è dunque l’attore che sta dietro la maschera? Qui viene il bello, perché ognuno deve scoprirlo per sé - e non è per nulla facile. Ma qui la ricerca deve abbandonare ogni motore in rete e diventare interiore.
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Tags: etimo, linguaggio, parole, radici, simbolo












Martedì 28 Ottobre 2008 alle 16:31
Ottima segnalazione quella del motore di ricerca etimologico.
Sul paragone del linguaggio ad un virus, in effetti i parallelismi sono parecchi. Soprattutto se si pensa che un virus “vivo” è composto quasi esclusivamente da DNA (ovvero il linguaggio genetico). Poi potremmo anche pensare ai virus informatici, scritti con un linguaggio di programmazione… Ma alla fine la considerazione più forte vede il virus come microorganismo che può portare alla morte. Ben ne sanno qualcosa molti pensatori e filosofi che nel corso dei secoli sono stati incarcerati o uccisi per quello che dicevano…
Mercoledì 29 Ottobre 2008 alle 13:17
Una domanda:
la maschera cela o rivela?
Il personaggio esprime sempre le nostre molteplici identificazioni o può trasformarsi in efficace strumento di interpretazione dell’”attore”?
Mercoledì 29 Ottobre 2008 alle 14:31
Bella osservazione, Valeria…
Credo che la maschera celi certamente quello che siamo abituati a vedere (personalità? abitudini? “abito” sociale?) e, proprio per questo, permetta di svelare ciò che ci sta dietro, una parte inespressa ma più vera, e svincolata da ciò che gli altri si aspettano (e noi stessi ci aspettiamo) da noi.
In molte tradizioni, infatti, viene utilizzata ritualmente proprio per accedere a uno “spirito” celato e anche da noi (vedi il ‘700 veneziano) compare in occasioni nelle quali – ritualmente – ogni ordine e convenzione viene meno.
Uno “spazio” interessante, quello del carnevale, che naturalmente siamo riusciti a svilire, trasformandolo in una triste esibizione di pantomime dei super-eroi di celluloide, tra cumuli di coriandoli, stelle filanti e maleodoranti puzzette…
Una vera festa della trasgressione! …