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Osservazione: La saggezza degli antenati

martedì 3 febbraio 2009

Leggere la vita, Percorsi, Tradizioni

Bene. Andiamo avanti allora… Dopo la “rivelazione” che ho rappresentato per qualche ora la categoria degli “esperti”, passerei ora a qualche suggestione più seria, prodotta dall’articolo sulle cazzate degli – appunto – esperti.

Grygory Nestor, ucraino di 116 anni, fino al 2007 l'uomo più vecchio del mondo
Beh, almeno un paio di commenti all’articolo “Le cazzate degli esperti” fanno riferimento ai… nonni (e uno anche allo zio, che – per saggezza – può tranquillamente essere equiparato a un avo dello stesso lignaggio). Un buon argomento, che si presta a molte considerazioni.

Innanzitutto, sottoscrivo pienamente quanto dice Valeria («all’epoca dei nostri nonni il livello medio di istruzione era piuttosto basso, ma anche il condizionamento che ricevevano era inferiore [pochi mezzi di “informazione” e molti spazi di silenzio!]. Per questo, io credo, i nostri nonni Pensavano; talvolta perfino più di quanto non facciano ultimamente molte persone istruite…»).

Perfetto. Aggiungerei che semplicemente davano una spiegazione alle cose che vedevano (e si trovavano tutte nel raggio d’azione dei loro sensi fisici) senza farsele “spiegare” dagli altri. Solo il parroco – alla domenica, dal pulpito – si permetteva un’interpretazione pubblica (e perlopiù di stampo morale) degli eventi del territorio. Ma sappiamo quanto pochi fossero i nonni che si facevano infinocchiare dai preti!

India: un sadhu
Ma, al di là dei giudizi sulle cose, porterei l’attenzione sul concetto di osservazione: in una società più semplice, e non infestata dagli strilli mediatici, l’osservazione veniva più naturale. Gli eventi erano pochi e – contrariamente alle notizie di quotidiani e telegiornali – contenevano anche valenze positive. Certo, come anche oggi, imperava il pettegolezzo e il luogo comune, ma l’esperienza e il contatto diretto con le cose e le persone permetteva anche di apprezzare valori umani come l’onestà, la generosità e l’altruismo. E poi il “silenzio” – certo, il silenzio – che riempiva gran parte della giornata e sostanzialmente le lunghe notti buie (non dimentichiamo che la corrente elettrica data poche generazioni). Non è un elemento da poco, ma ne parleremo sicuramente più avanti…

Vecchio sufi pakistano
Sta di fatto che, sul finire degli anni, succedeva che qualche vecchio avesse visto abbastanza della vita (di positivo e negativo) da raggiungere un’osservazione distaccata delle cose per concludere – come per una sorta di visione taoista di yin e yang – che il fluire della vita ha un senso che non va cercato in un’ottica parziale. Una sorta di concretezza del mutamento, che rendeva questi (pochi) vecchi anche, in qualche modo, saggi.

Non è un caso che, nelle culture più antiche, il peso sociale degli anziani, insieme al culto degli antenati, determinasse spesso le scelte stesse della comunità. E che, in fondo, noi stessi ci siamo formati la visione di un Maestro (ma anche di Dio, nel nostro antropomorfismo) come di un vecchio dalla barba bianca che stilla perle di saggezza, velate da un sorriso di comprensione della nostra pochezza… Luoghi comuni. Ma che hanno una ragion d’essere.

Van Gogh: il contadino
Va da sé che stiamo parlando di un tempo perduto. Oggi non siamo più a contatto con quello che succede e il senso della nostra vita ci è precluso. Fin da piccoli ce lo spiegano gli altri (a loro volta influenzati dall’esterno) e l’esperienza conta sempre meno rispetto alla “cultura” (che non è quella che connette con intelligenza diverse esperienze, ma quella che si rivela il più possibile conforme agli standard proposti). Non conta più il valore dell’osservazione individuale, perché quello che osserviamo è già stato scelto, spurgato e presentato secondo certi scopi da altri. Anche quando ci mostrano un filmato in televisione (che vendono come pura testimonianza) si tratta sempre di un’inquadratura (quindi un “punto di vista” nello spazio e nel tempo di chi ha fatto la ripresa), di una scelta di quella ripresa piuttosto che di un’altra, e spesso montata ad arte, inserita in un contesto di altre notizie e (già non bastava?) pure commentata. Cioè giudicata.

Cosa resta della nostra osservazione? E cosa della nostra esperienza? Non possiamo che essere pro o contro di qualcosa che non conosciamo, e mai conosceremo. Con tanti saluti a quella libertà così strombazzata di cui saremmo fruitori fortunati.

Merlino, il saggio per eccellenza
Un panorama desolante, che gode solo del fatto che, tra tanto fracasso, l’attenzione che viene riservata alle notizie proposte è sempre minore. E sempre più nutrita dal dubbio e dalla diffidenza. Un sano anticorpo, certo, ma che ci rende sempre più cinici e meno partecipativi.

Ci sarebbe ancora moltissimo da dire su questi pochi spunti, ma su Internet si legge solo quello che è corto e sintetico e, pur da vecchio scrittore di pagine e pagine, mi voglio a malincuore fermare qui.

Ciò non significa che non proseguiremo. Anzi. Sommergetemi di commenti, e non dimenticate il termine “osservazione”… Ne parleremo molto, in futuro… (domani mi ributto sulle piramidi, così c’è un po’ più di tempo per elaborare…). A presto!

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16 Commenti per questo articolo

  1. darko scrive:

    Io ho condotto, insieme a quello che considero un grande uomo e un grande psicanalista, tale Oddone Aguzzi, un percorso di consapevolezza (1998/20004). Per uscire da una situazione interiore ‘luciferina’ (come diceva il buon Oddone), dovetti sviluppare (necessità operativa) un Vero e proprio ‘spirito di osservazione’: una zona franca, leggera, che mi permise di vedere la mia realtà circostanziale, interna ed esterna, esattamente per quella ché eta. All’inizio fu davvero difficile (anche perché io non partivo da zero, ma da meno cento (…)) ma, con una grande fede nel futuro (e in Qualcun Altro (…)), cominciò la mia evoluzione…

    Come ho strutturato il discorsino Mauro? -:)

  2. Mauro scrive:

    Beh, niente male… a parte il fatto che – a quanto scrivi – il tuo percorso di consapevolezza finirà nel 20.004. Ancora circa 18.000 anni… Una sciocchezza in un Mahavantara che è solo “un’espiro di Dio”… :-)

  3. darko scrive:

    davvero?? Spiega, ti prego!!

  4. Mauro scrive:

    Ma dài! … Hai semplicemente sbagliato a digitare e hai messo uno zero in più alla data… Tutto qui. Se invece volevi sapere del Mahavantara… Beh, sarà uno dei prossimi argomenti… Naturalmente SU QUESTI SCHERMI!

  5. Marco Bongiovanni scrive:

    Condivido a pieno quello che hai scritto caro Mauro, a prescindere dal numero dei Magi sicuramente ti considero un grande esperto che sa spiegare i concetti in maniera lucida e precisa, un dono non da poco.
    In questo periodo sto facendo una terapia molto dura, per un epatite che mi sono procurato da giovane quando la nebbia padana entrava fra i meandri del mio cervello, e non solo la nebbia!
    Questi farmaci mi rendono nervosissimo, poco propenso ai rapporti umani e alle pubbliche relazioni e anche pieno di effetti collaterali piuttosto fastidiosi.
    Ho fatto questa premessa (che non c’entra niente col tema del post) solo per spiegare che questa cura, oltre a mettermi in difficolta’, mi sta anche offrendo un vantaggio inaspettato, intanto pare funzioni bene, almeno per ora e spero continui cosi’ ma la cosa davvero importante e’ che mi sta rendendo molto piu’ selettivo, sono tornato alle cose fondamentali, meno stupidaggini, un bel filtro a tutte quelle cose inutili che ti piombano addosso ogni giorno e che ognuno di noi e’ quasi costretto a dover vivere.
    Mi sono accorto che si puo’ vivere benissimo anche con meno pensieri per la testa, con piu’ silenzio, lo dice una persona che lavora nel rumore da una vita e forse proprio per questo motivo diventato grande sostenitore del silenzio.
    Il suono si apprezza molto meglio dopo un lungo periodo di silenzio e cosi’ penso sia per ogni aspetto della vita.
    Secondo me piu’ ci arrovelliamo nel riempirci la testa con tante cose piu’ rischiamo di vivere un senso di saturazione, questa tendenza a voler riempire le nostre tasche, a far man bassa di tutto cio’ che il mondo ci offre ci toglie la possibilita’ di vivere un senso di vuoto che forse andrebbe semplicemente vissuto come tale.
    Forse questo comportamento ha un motivo d’essere e non e’ detto che sia a priori sbagliato ma credo anche che ognuno di noi debba perlomeno saper filtrare meglio e capire cosa sia davvero fondamentale, cosa valga la pena di essere raccolto, ogni eccesso si traduce in un veleno, un peso inutile e dannoso.
    Ricordo ancora l’atmosfera che si creava a casa di mio nonno, che ha speso la sua intera vita da pescatore in una casa sul fiume Po, godendosi solo due “vacanze” una fra il 1915-18 e l’altra di pochi giorni nella primavera del 1944 per traghettare i soldati tedeschi in ritirata oltre il fiume con una pistola puntata alla tempia.
    Era una persona che misurava sempre le parole, a volte smetteva di parlare per accendere il fuoco, era una magia cosi’ grande agli occhi di un bambino, diversa e lontana dal frastuono delle prime TV, quei momenti cosi’ semplici hanno fatto breccia dentro di me in maniera profonda, oggi nemmeno ricordo la prima volta che ho guardato una TV ma e’ come se fossi ancora seduto in quella stanza davanti a quel fuoco, con mio nonno.
    Questo e’ quello che spero di poter vivere ogni giorno di piu’ in futuro, saper staccare dal frastuono quando non serve, ovvero molto spesso, e ritornare alle cose semplici e fondamentali. In poche parole sto lentamente cominciando a comprendere parte degli insegnamenti ricevuti in tanti anni di studio applicandoli alle piccole cose di tutti i giorni.

    Scusate, giuro che la prossima volta saro’ piu’ breve!

  6. Francesco scrive:

    Il punto è il “ce lo spiegano gli altri”… quante tra le cose che crediamo di sapere ce le hanno spiegate gli altri e quante le abbiamo verificate sul campo? In una società contadina, almeno per le questioni più pratiche, era una questione di sopravvivenza, ma oggi? Il più delle volte passiamo l’informazione senza verificarla.
    Credo che sia un ottimo spunto per avviare una “osservazione”…

  7. rosa scrive:

    Innanzi tutto sono felice che il mio riferimento a mio nonno abbia generato il dibattito che ti ha poi ispirato questo post (sarà contento anche il mio caro nonno….ovunque sia). Spero di non uscire troppo dal seminato (vedi “le cazzate degli esperti”) ma ci tengo a dire che nel dare una connotazione maschile al termine nonno non volevo certo escludere anche le mie/nostre care nonne, autentiche colonne portanti della famiglia e di intere comunità. Vere detentrici di grandi e piccole verità……… e partendo dal termine “osservazione”: quanto erano attente a osservare tutto ciò che si muoveva attorno al loro microcosmo? Pronte ad aiutare le persone care, al minimo cenno di malattia, con rimedi naturali tramandati, a loro volta, dalle loro nonne!
    Conoscevano i modi per conservare al meglio e a lungo i cibi per l’inverno, erano ostetriche, puericultrici, pediatri e psicologhe……….insomma potrei andare oltre ma un pò per non rischiare di annoiare e un pò perchè i ricordi e la commozione stanno per sopraffarmi mi fermo qui…..alla prossima

  8. Marco Bongiovanni scrive:

    Un grande inchino a tutte le nonne del mondo!

  9. darko scrive:

    Ciao Marco, io credo di capirti. Nel lontano 1984, venni portato, ‘di peso’, da un certo dottor psicologo comportamentista, per un mio ‘eccesso assai eccessivo’. Subito il solerte comportamentoso, mi prescrisse una cura che si basava sull’assunzione di un farmaco, serenase il suo nome, che di sereno non mi offrì proprio niente! Era, ed è tutt’ora, un medicinale, considerato il più potente depressogeno (!) in circolazione. Feci l’autunno, l’inverno e la primavera successive, asssumendo quel VELENO (almeno per me): figurativamente, era come se la mia anima stessa fosse costretta da pesantissime catene arrugginite, provocandomi un dolore che oso definire ‘morale’: una schiavitù di cui riuscivo a “liberarmi” solo con ‘l’inconsapevolezza’ di essa: quando dormivo. Sarebbero bastate due o tre settimane di quella porcheria, ne sono certo. Potete davvero credermi: una vera Tortura!!! I miei lamenti non venivano neanche presi in esame: decideva tutto il Burzio (così si chiamava il comportamentista) che, da buon tossico, prendeva la mia banconota da 50.000 lire e andava ad acquiistare una busta d’eroina per spararsela in qualche vena!!!!!!!
    Morì in una comunità terapeutica per AIDS! (karma diretto? Angelico Mauro?)
    Un’ultima annotazione (ma non so se è reale): il serenase veniva usato come strumento di tortura nei gulag sovietici!

  10. Francesco scrive:

    Guarda caso, oggi su Uno due tre si parla di osservazione personale e metodo scientifico:
    http://www.unoduetre.eu/2009/02/04/agopuntura-e-metodo-scientifico-prima-parte/

  11. darko scrive:

    Spero proprio di non aver scioccato nessuno con il mio racconto horror, ma manca la ‘morale’: Marco non demordere! Mai! Resisti, perché così come ci sono riuscito io, lo puoi fare altrettanto tu: questa cura per l’epatite (alla quale anche io, tra un paio di mesi, mi sottoporrò…) non sarà per sempre! Resistenza! Ti Abbraccio

  12. Marco Bongiovanni scrive:

    Hey Darko, la prossima volta che prendi un farmaco cerca qualche informazione in piu’ :)
    Ci ho messo 5 anni a decidermi a fare questa cura, e’ dura ma sto ottenendo risultati incoraggianti.
    Io non demonizzo la farmacopea moderna come fanno in tanti e che a mio avviso sono troppo dall’altra parte ma penso che sia davvero ragionevole usare farmaci di sintesi solo quando hai provato tutto il resto e non hai ottenuto miglioramenti rilevanti.
    Tornando all’osservazione / informazione direi che trovare delle fonti informative attendibili sia davvero un impresa ardua, non ci resta che usare intelligenza e buon senso per smontare, decifrare, fare un analisi logica di cio’ che ci viene propinato.
    Questo si puo’ considerare “osservazione” o qualcosa mi sfugge?.

  13. Valeria scrive:

    Si Rosa, il riferimento al nonno ha ispirato commenti e riflessioni; e sinceramente anche ricordi. E te ne sono grata!
    Ricordando mi sono tornati alla mente i gesti, i movimenti delle mie nonne. Lenti. Si potrebbe imputare la lentezza all’età avanzata ma non è così; loro facevano una cosa alla volta. Non solo quindi maggiori spazi di silenzio ma anche una gestualità più attenta, più meditata in cui ogni azione, anche banale, assumeva il fascino del rituale.
    Noi oggi sembriamo impazziti, prendiamo l’autobus mentre leggiamo il giornale, accediamo una sigaretta e rispondiamo al cellulare, accendiamo la lavastoviglie mentre cuciniamo… A proposito di attenzione e, quindi, di osservazione, cosa abbiamo osservato alla fine di una giornata come questa? Non abbiamo colto nulla, non abbiamo visto un sorriso, ne uno sguardo d’intesa, non abbiamo ascoltato nessuno, men che meno noi stessi.
    Il senso di saturazione a cui Marco fa riferimento lo conosco bene e anch’io, durante una lunga convalescenza, anni fa, che mi obbligò a fermarmi, mi resi conto che nella mia vita mi mancavano soprattutto quei momenti durante i quali si è concentrati su un’unica azione (come accendere il fuoco) che, se compiuta da sola, diventa attenta, misurata, significativa, unica.
    Ricordo anche l’intensità dello sguardo di quei vecchi della generazione dei nostri nonni. Sguardi profondi che contenevano ricordi, riflessioni, anche dolore certo (e non mitigato da mille palliativi), ma anche gioia.
    E il buio della notte, a cui Mauro fa riferimento. Abbiamo perduto anche quello.
    Ricordo una notte di molti anni fa, in montagna; tornavamo da un locale che si trovava in mezzo a un bosco, lontano dal paese. Eravamo così giovani da non avere automobile (e nemmeno la patente) e così si faceva la strada a piedi, gran parte della quale si svolgeva su un sentiero in mezzo al bosco. Quel buio intenso fu così prezioso che lo percepimmo tutti, tanto da procedere per un bel po’ silenziosi (raro per degli adolescenti). Sembrava di essere avvolti in qualcosa di magico, sembrava che il bosco parlasse, e che perfino la luna e le stelle avessero qualcosa da dire. E noi eravamo assorti, in ascolto, concentrati su ogni passo, vicini, quasi tornati bambini.
    Avevamo ballato fino a poco prima ma di quel tragitto notturno conserviamo ancora, nei nostri ricordi, il senso del mistero e l’odore della notte.

  14. darko scrive:

    una ‘poesia’, ‘fresca fresca’ come mi diceva mia nonna, oscillando davanti a me un uovo caldo (eppure per lei era sempre fresco!…) appena ‘reduce’ dal pollaio (…) Si, una ppesia per Voi e voi chi la ‘leggerà’, se mai sarà, pur non essendoci mai ‘incontrati’ ?…
    a iniziare da Mauro, ovviamente :

    AmorAmorAmor che non vi ‘dico’
    AmorAmorAmor che Sempre È!…

    {mi azzardo a dire: musiche di Dante Alighieri [sono un paio di settimane che ‘ho preso’ a leggere l”inferno’ del grande Poeta} ma l’Amore non é solo suo, ovviamente…

  15. rosa scrive:

    non c’è di che, cara Valeria, anzi grazie a te per il tuo post, pieno di dolci ricordi e intense riflessioni, l’ho letto con interesse…..

  16. giuseppe scrive:

    Sono contento per tutti quelli che hanno avuto la “fortuna” di avere dei nonni saggi. Però mi chiedo: “Se tutti i nonni fossero stati saggi, a quest’ora non ci troveremmo in questo “stato sociale” così caotico e confuso. Anch’io ricordo (con un po’ di nostalgia la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60. Però sono passati, ed ora ci troviamo nel bel mezzo di un casino infernale. Probabilmente, se “bei tempi” ci sono stati, mancavano di “consapevolezza”. Provo a spiegare: personalmente credo che solo sperimentando tutto (e il contario di tutto) si può avere un quadro completo delle “infinite” possibilità della vita. Solo sperimentando l’inferno si può, poi, apprezzare il paradiso.
    Forse, la situazione in cui ci troviamo attualmente è la migliore per lavorare sulla consapevolezza. Mi viene in mente (a proposito) un frammento di Eraclito (che fa riferimento ai numeri armonici di cui Mauro ci ha parlato): “Ciò che contrasta concorre, e da elementi che discordano si ha la più bella Armonia”.
    Non sò se sbaglio ma, forse, questa “giungla piena di trappole” in cui viviamo attualmente, è il terreno migliore per “lavorare su se stessi”. Ciao a tutti.

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