Osservazione: i vuoti e i pieni
Venerdì 13 Febbraio 2009
Prendo riferimento da un bell’articolo di Francesco su Farsi leggere – che ci cita – e prendo a prestito anch’io la canzone dei CCCP, con i suoi cammellieri di Kabul, che «ascoltano la radio e sanno che tempo fa». Mi ha fatto venire un mente una cosa.
Una volta, facemmo un giochino. A una ventina di persone, in una stanza, chiedemmo di scrivere in un minuto (o forse cinque, non ricordo) tutto quello che c’era nel locale; quanto più potevano osservare, insomma, senza starci a pensare troppo.
Si impegnarono a fondo. Al termine previsto consegnarono il compitino. Sbalorditivo! C’era chi aveva osservato persino se le prese di corrente erano da 10 o 15 ampère (un ingegnere, probabilmente) e chi anche si era azzardato a definire di che legno fosse il tavolo.
Un sacco di oggetti. Tanti, tantissimi, e solo oggetti, appunto… Avevano visto le “cose”, il mondo materiale, solo i “pieni”.
Ma nessuno aveva guardato i “vuoti”. Nessuno aveva detto se nella stanza c’era caldo o freddo, che tipo di luce, che odori nell’aria. Nessuno aveva osservato il livello di rumore, il fruscio dei fogli, lo sfregamento delle penne sui fogli, il ticchettio dell’orologio. Nessuno aveva considerato lo spazio, né le emozioni e neppure si era chiesto se stare lì a fare quel giochino era una cosa utile o meno.
Per tutti, il mondo era pareti, tavoli, sedie, vestiti (ma non i colori dei vestiti, quelli no!), lampadari, porte, finestre e suppellettili. Solo una donna (non a caso una donna) aveva scritto che c’era poca luce… Ma, alla lettura del proprio scritto lo disse sottovoce, quasi vergognandosi di essere andata “fuori tema”.
Quel giorno mi fu chiaro che non sappiamo osservare, e che anzi vediamo solo quello che la nostra cultura ci ha insegnato essere “l’esistente”. Sarebbe stato bello se ci fosse stato un orientale con noi. Probabilmente avremmo potuto scoprire qualcosa, una diversa visione della realtà, credo.
Qualcuno potrebbe dire: «E con questo? Non è poi così grave! In fondo è lo stipite che ci fa male quando andiamo a sbatterci contro!»…
Vero. Ma succede un fenomeno strano. Proprio come i cammellieri di Kabul, per sapere se dobbiamo vestirci pesante guardiamo il termometro, o ci affidiamo al meteo radio, e non siamo più capaci di sapere come stiamo. Se siamo felici o se stiamo soffrendo. Ce lo dicono gli altri…
Nello stesso modo, abbiamo paura della vita non in base alla nostra esperienza, ma in funzione delle notizie che “qualcuno” ha deciso di “spingere” sui media. C’è la stagione del bullismo e quella degli stupri, quella dell’AIDS e quella della droga (cose che non finiscono mai, anche quando smettono di parlarne), e così con la velocità sulle strade e le comicissime “Emergenze freddo”, seguite dopo una settimana da “Allarme siccità”. Va bene che «non ci sono più le stagioni di una volta», ma d’inverno ha sempre fatto freddo (per fortuna) e in certe zone della Sicilia l’acqua manca da sempre perché le fonti se le sono prese i soliti prepotenti (che sono quelli che vengono prima dei potenti – cioè dei politici – e li manovrano).
Insomma, è ora che ci riprendiamo la vita e la nostra capacità di viverla. Perché anche le crisi economiche sono tali sono perché ci siamo abituati a consumi inutili. Una serata in pizzeria costa tre volte più di un libro. Al libro però rinunciamo senza batter ciglio, mentre l’impossibilità della pizza la soffriamo terribilmente e ci fa sentire poveri e spaventati (e così abbiamo parlato anche di libri, come di dovere…).
Imparare ad osservare vuol dire guardare senza interpretare, senza pregiudizi, senza preconcetti, senza paure.
Spegniamo il televisore che ci dice che là fuori fa freddo, e andiamo a farci una passeggiata. Ve lo ricordate il freddo da bambini quando stavamo fuori a giocare fino allo sfinimento? Per di più con i pantaloni corti anche d’inverno… E ve li ricordate il naso e le orecchie congelate fino a non sentirli più? Che importava se i genitori ci chiamavano per fare i compiti! La fuori c’era il gioco, l’entusiasmo, la vita… Non facciamoceli rubare dai media che non sanno più cosa dire. A loro, così, resteranno le “emergenze”, mentre noi faremo a palle di neve, bagnati fino alle ossa, e rideremo. Finalmente rideremo di gusto.

Photo credits: flickrCC
Articoli Correlati:
- Osservazione: La saggezza degli antenati
- Dimmi cosa leggi…
- l’insostenibile apparenza della realtà
- L’azione perfetta e il vento sulla pelle
- Il vento della libertà - Alex bellini
Tags: interpretare, osservazione, paura, realtà, vita vera









Sabato 14 Febbraio 2009 alle 10:51
Io, momenti di vita piena ne ho vissuti a bizzeffe, potrei riempirerne libri interi. Niente di speciale, però (almeno agli occhi degli altri), quindi quei libri non li comprerebbe nessuno. Spontaneamente mi sono avvicinato, più di trent’anni fa, alle “conoscenze” orientali: Zen, Taoismo, yoga, ecc. Da undici anni insegno yoga e da tre anche Tai chi (naturalmente nella misura che io ho realizzato). Non smetto mai di comprendere sempre più a fondo la vita (sia leggendo che vivendo e osservando, appunto). Parlo anch’io di vuoto e pieno, e delle cose che tu ci fai notare.Nonostante tutto, i miei corsi sono sempre vuoti, e faccio fatica a tirare avanti. E non nascondo che ci sono momenti, come questo di oggi, in cui mi sento un po’ scoraggiato. Mi sembra che il “contagio” di sonno e inconsapevolezza umana abbia raggiunto livelli tali che risulta difficilissimo (se non impossibile) smuovere qualcuno dal torpore e dall’indifferenza alle mille verità che gli sfuggono. Forse mi prendo troppo sul serio. E pur avendo accettato già da tempo che non posso cambiare il mondo (né, forse, è giusto che lo faccia, perché è bene che vi sia il libero arbitrio), faccio fatica a stare zitto ed accettare passivamente questo stato di cose. Scusatemi per lo “sfogo”. Vi auguro tante cose belle.
Domenica 15 Febbraio 2009 alle 15:23
Probabilmente questo mio commento, non centra molto la sostanza del post di Mauro ma, a mio avviso, potrebbe impreziosirlo con l’esperienza di Luigi che è quì davanti a me.
Luigi è un piccolo uomo (di statura) che patisce le pene, i dolori e i grossi limiti nascenti da un disturbo avanzato di sclerosi multipla (…) ogni volta che lo incontro e gli chiedo: come stai? Lui, sempre e comunque, mi risponde (con un po di difficoltà): bene! (!!!!!!!)
Luigi di insegna: mai autocommiserarsi!!!
Grazie Luigi!
Lunedì 16 Febbraio 2009 alle 10:47
UN GRAZIE DI CUORE A DARKO E LUIGI.
Lunedì 16 Febbraio 2009 alle 11:36
Grazie a Luigi, caro Giuseppe, a Luigi…
Mercoledì 18 Febbraio 2009 alle 09:28
Questi ultimi due anni vissuti in Cina mi hanno aiutato molto a vedere le cose da un angolazione diversa, sempre condizionata ovviamente ma almeno da un angolo visivo diverso. Cio’ mi ha fatto capire un sacco di cose in piu’ su questo paese in cui sono nato, alcuni pregi e altri difetti che prima non vedevo o non capivo a fondo, ora sono piu’ incline ad un tipo di osservazione piu’ distaccata visto che mi trovo in quella scomoda “zona” nella quale non so se ritenermi italiano o cosa.
Da appassionato di musica ho sempre considerato anche i vuoti, che si traducono in pause, i vuoti danno forma ai pieni quindi sono altrettanto importanti. Le pause non sono solo quegli intervalli fra una nota e l’altra ma anche quei momenti di riflessione, chiamiamola cosi’, fra un pieno strumentale e l’altro.
Sono pienamente convinto pero’ che se avessi partecipato al test di cui parlava Mauro avrei sicuramente reagito allo stesso modo ovvero descrivendo gli oggetti ma non la qualita’ dell’ambiente, che e’ invece di gran lunga piu’ importante degli oggetti stessi. Questo forse succede anche per timidezza visto che descrivere la qualita’ di un ambiente porta inevitabilmente al’espressione di come ci si sente, di come si percepisce la vita, cosa che spesso fatichiamo ad esprimere, un po per timidezza, un po per chiusura.
Domenica 22 Marzo 2009 alle 17:19
vuoti e pieni…Diamo per scontato, a volte, che il mondo sia “lì fuori”, posto dinanzi agli occhi, fatto di “cose”, di oggetti fermi o in movimento, che ci stanno davanti, attorno, di lato ecc… Ma il “mondo” non è “lì”…semmai è quello che succede “tra me e lì”…il mondo è una Relazione, anzi..un insieme di relazioni. La realtà come campo di relazioni, e non come vuoto riempito di oggetti solidi..mi sembra un’immagine più attinente alla (mia, perlomeno) percezione. In questo senso, peraltro, le “cose” non sono neutre..ma hanno un “valore”, che può essere dato dall’essere investite della nostra attenzione, o dal fatto di essere più “dense”, più cariche di vita…Una pizza può essere stata fatta “con amore” e risaltare di qualità, oppure essere stata fatta meccanicamente, e questo si percepisce. Un arredamento può rivelare un intero mondo che va oltre gli oggetti che lo compongono, rivelandoci la natura e la vita di chi abita quello spazio, oppure non dirci nulla. Insomma le “cose”, i “pieni”, sono circondati da significati, come una sorta di elettricità che li avvolge….oppure possono essere quasi trasparenti, insignificanti. Ugualmente lo spazio “vuoto” può essere saturo di sensazioni, emozioni, pensieri e altro….quindi essere “denso”, “pieno”…
Mauro parlava di percezione condizionata dai media o dalle correnti modaiole…quanto volte sarà capitato di andare in un luogo, un locale “dove vanno tutti” o di partecipare ad un evento carico delle proiezioni “modaiole” del momento…e non trovare affatto “la vita”. Solo forme morte, simulacri di vita…poi magari del tutto casualmente entri in un luogo qualsiasi e …tutto è carico di significati, per motivi misteriosi! Lo spazio dove sta la persona che amiamo diventa uno spazio che si “illumina”, il nostro amore “illumina” e “modifica” l’ambiente, lo rende perfetto…e non sarebbe lo stesso se non ci fosse la persona amata. Entrare nella vecchia casa dei nonni, attraversare i corridoi e le stanze, per un nipote significa “ri-sentire” parole, suoni, vedere immagini, ricordi, fantasmi, perfino spiriti e folletti con cui giocava da bambino nascosto dietro il divano, oltre che odori, sapori e altro…quello spazio si “popola” di elementi invisibili….non farebbe lo stesso effetto ad un estraneo quella casa. L’arte del Teatro è, forse, la principale disciplina che si occupa dei pieni e dei vuoti in modo più compiuto…è la sua stessa natura. Un bravo attore, su un palco vuoto con un solo elemento, chessò..una sedia, una bottiglia…, può “manifestare” un intero mondo. Può narrare la storia dell’umanità, e noi cominceremmo a vedere in quella sedia navi e re, fantasmi e animali, battaglie e letti nuziali…Ma anche senza oggetti, nel vuoto totale della sala, unicamente con la voce può saturare lo spazio di presenze…un bravo attore manifesta l’invisibile come un “medium”, e il palco vuoto si dilata, si trasforma, cambia di “qualità” e “densità”…Il fantasma del vecchio re, padre di Amleto, appare lì nella sala..e cominciamo a vederlo veramente!…questo “gioco” del teatro, può essere un gioco serissimo, come educazione allo spazio vissuto e vivente…uno spazio in cui ci siamo pure noi..come agenti attivi dell’insieme di relazioni che lo costituiscono.
Se non ricordo male, uno dei significati del termine Tantra, tra le discipline più serie e al contempo più banalizzate, rimanda al verbo “tessere”…alla trama di relazioni che costituisce la Realtà…
Uno spazio vuoto è uno spazio pieno di potenzialità….quelle potenzialità dipendono anche dal nostro sentire… dipendono da noi…