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L’azione perfetta e il vento sulla pelle

lunedì 23 febbraio 2009

Leggere la vita, Percorsi

Racconto un fatto. Dodici anni fa abitavo ancora a Milano. Mia figlia aveva 5 anni, e da un po’ di tempo cercavo di insegnarle ad andare in bicicletta. Lei era cocciuta e, di fronte alla difficoltà, scappava, piangeva, diceva che non le interessava.

Con pazienza, affrontavo sempre la cosa da punti di vista diversi: nelle belle giornate, la facevo montare sul seggiolino della mia, facendole sperimentare l’ebbrezza del vento sulla pelle, oppure la portavo al parco, dove gli altri bimbi scorazzavano in bici, “casualmente” portando anche la sua, e lasciandola lì, con noncuranza, sotto un albero. Oppure le raccontavo delle storie, la sera, dove magici gnomi sfrecciavano per i boschi su velocipedi fatati. Niente da fare. La paura era più forte e il tempo passava.

Quell’estate ci trasferimmo a Cremona, in una casa con corte cascinale, presso gli argini del Po. Il giorno stesso del nostro arrivo, mentre svuotavo scatoloni pieni delle cianfrusaglie che ci portiamo dietro per tutta una vita, vidi mia figlia affacciata alla finestra: una bimba della sua età giocava nella corte. Correva sulla sua biciclettina scassata, con evidente gioia.

Mia figlia ci mise un attimo: uscì, inforcò la sua, e due minuti dopo andava sicura – ridendo anche lei – con la sua piccola nuova amica. Nel giro di due ore organizzammo slalom, salti sulla pedana, gare e cotillons.

La via del piacere? La terza forza? L’azione senza scopo? Non so.

Fatto sta che in un momento perfetto, nell’armonia delle cose, il suo corpo “sapeva” e il suo spirito non aveva alcuna paura. 

È successo anche a me, molte volte, nella vita… Potrei scrivere trattati sul “perché”… Tuttavia, ogni giorno, non riesco a inforcare le biciclette che sono lì per me. Preferisco aver paura e rimandare. Perdendomi quel vento che potrebbe accarezzarmi la pelle (e, ahimè, non più scompiglirmi i capelli) che se va per conto suo, ignaro dell’occasione mancata.

Photo credits: FlickrCC

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8 Commenti per questo articolo

  1. Valeria scrive:

    Caro Mauro, questo articolo mi ha lasciata un po’ confusa; come se contenesse due possibili – ma contraddittorie – chiavi di lettura:
    lasciare che il vento ci scivoli addosso perdendo le occasioni che temiamo: tanto l’azione perfetta arriverà a tempo debito; oppure affrontare la paura, andando in contro all’occasione che altrimenti potremmo perdere per sempre?
    Io personalmente credo che il panico ci possa allontanare da tante cose ma, qualche volta, l’allontanamento è solo momentaneo, è un respiro profondo che ci aiuta ad abbandonare i timori per entrare in uno stato di piacere, qualsiasi cosa accada salendo su quella bicicletta: il vento fra i capelli ma anche una rovinosa caduta, che – per la mia personale esperienza – fa parte anch’essa della grande avventura.

  2. Roberto R scrive:

    questa ambiguità non è facilmente risolvibile. Credo che la parola chiave si “intenzione” o “impulso”..qualcosa che preme con forza dall’interno. Se si sente un forte impulso a fare qualcosa, ma l’inerzia o la paura ne impediscono l’attuazione, allora occorre “forzare” volontariamente per spezzare l’inerzia o superare la paura, al fine di liberare le possibilità che spingono per uscire.. A volte, invece, naturalmente questi impulsi trovano il loro modo spontaneo di uscire, senza sforzo…perché le condizioni interne ed esterne lo consentono con facilità, come appunto per i giochi di bambini…
    Ma se non c’è un impulso originario, l’azione è esterna, periferica, forzata…cioè non nasce dall’interno: e se tua figlia, Mauro, non avesse avuto alcun impulso o attrazione verso la bicicletta, quando tu cercavi di spingerla? sarebbe stata la tua proiezione su di lei!…. magari la voglia le è venuta SOLO a Cremona, proprio perché non era “spinta” da altro, se non la voglia di giocare…Chiaramente sto solo facendo una riflessione astratta a partire dal tuo racconto. L’azione comporta a volte la sfida (grande o piccola) o il pericolo, ma contiene anche l’opportunità di “vivere”… contiene la chance. Non si diventa un Buddha rimanendo nella propira stanza, occorre uscire fuori a toccare il mondo e lasciarsi toccare.
    Ma le cose diventano problematiche quando il mondo fuori ci ferisce, e molto! lì la posta in gioco non è più il gioco di bambini (e scusate il “gioco” di parole), il non esserne all’altezza, o l’essere rifiutati dagli altri…ma la sopravvivenza! E in molti posti al mondo il “fuori” è davvero minaccioso! Allora occorre essere “pronti”, e preliminarmente preparati come un guerriero…allora è difficile capire cosa farci col vento… …( a volte bisogna coprirsi, per evitare malanni!)
    Azioni sentite, azioni frenate, azioni soggettive, a volte oggettive, azioni spropositate, azioni avventate, azioni fuori luogo, azioni necessarie ma non volute, azioni volute ma non necessarie..
    azioni che maturano al momento giusto, azioni premature che fanno danni…
    è difficile capire a volte cosa farci col vento…

  3. Valeria scrive:

    Talvolta, quando un semplice “grazie” mi sembra inadeguato ad esprimere un profondo senso di gratitudine, decido per il silenzio.
    Ma ripensando alle “azioni sentite” credo che si, se non viene in mente nulla di più originale da dire, un semplice “grazie sentito” possa essere compreso e giungere gradito.
    Grazie a Roberto, e a Mauro, e a tutte le persone che scrivono su questo blog speciale.
    E’ davvero difficile, a volte, capire cosa farci del vento…

  4. Marco Bongiovanni scrive:

    Ciao Mauro, bello questo scorcio di vita da padre che ci hai regalato :)
    Anche a me succede spesso di aspettare non si sa bene cosa, specie se ritengo importante quello che sto facendo.
    Quando costruisco una canzone per esempio passo dei mesi dove non succede nulla e devo gestire i miei colleghi che premono e fanno fretta ma purtroppo (o per fortuna) non riesco a considerare il mio lavoro come una catena di montaggio quindi aspetto il momento giusto anche se devo aspettare un altro mese. Poi un giorno, in poche ore, tutto sembra costruirsi da se, come per magia tutte le parti del mosaico si collegano e combaciano perfettamente.

  5. Andrea G scrive:

    Il vento….
    ..intanto sappiamo che, almeno secondo Bob Dylan, è nel vento che soffiano le risposte a molte domande importanti…
    …poi, mi viene da riportare un’osservazione che faccio spesso guardando gli alberi nel giardino di casa mia, quando il vento soffia:
    Vedo le foglie muoversi in diversi modi ma, ad un’osservazione più attenta realizzo una cosa scontata ma non sempre “colta”: le foglie non si muovono, sono MOSSE DAL VENTO CHE E’ CAUSA INVISIBILE DEL LORO MOVIMENTO.
    Allora penso: “Ecco, ecco cosa cerco: emanciparmi dalla mia condizione di “foglia al vento” dapprima osservando, interrogando e cercando di comprendere il vento e, ambizione ultima, DIVENTARE IO STESSO VENTO, REALIZZARE CIOE’ QUELLA “MENTE CELATA” CHE STA “DIETRO” E, INVISIBILE, E’ CAUSA DEL VISIBILE!
    Riguardo ai tempi e ai modi di realizzazione, beh……
    …..the answer my friend, is blowin’ in the wind, the answer is blowin’ in the wind….

  6. Roberto R scrive:

    Ci sono persone che entrano in depressione quando arriva il vento….il vento del deserto fa paura…e anche quello notturno, come nei film sulla Transilvania, specie se accompagnato da ululati…Eppure in certe tradizioni “l’arrivo” dell’energia è paragonato ad un vento leggero, ad una brezza delicata, che va colta, captata, assecondata. A volte il vento ci ricorda che siamo vivi, ci trascina e ci spinge al movimento, come sopra una tavola di surf, stimolandoci alla velocità, al fluire e saltare, facendoci sentire la vita pulsare…
    A volte il vento purifica, spazzando via tutto…altre volte porta con sè microbi, insetti, infezioni, o anche agenti radiottivi (se hai il culo di vivere in un posticino tipo Chernobyl..).
    Metafora del vento a parte…..la questione è che l’azione prevede sempre questo duplice aspetto: consente di sentire la vita in movimento, e quindi di “vivere” veramente; ma allo steso tempo ci espone al mondo, al rischio, al pericolo.
    Vivere una vita “tiepida”, con estrema cautela, alla ricerca di comuni certezze, rischiando però di non “vivere” veramente, di non sentire la passione e l’intensità scorrere nelle vene….oppure sentire il fuoco dentro, senza risparmiarsi, tuffandosi nella mischia, rischiando però di farsi male e fare male?
    Intere generazioni di artisti e poeti maledetti hanno vissuto dolorosamente il conflitto tra i due poli, bruciandosi prematuramente. Ciascuno di noi, invero, è costretto sin dalla nascita a fare i conti con queste due possibilità. Vivere come Indiana Jones o come il ragionier Fantozzi? Vivere come un guerriero mistico, capace di affrontare il mistero…o vivere come un civile borghese “al calduccio”, avendo come certezza la station wagon parcheggiata in garage? Pillola rossa o pillola blue?
    Chiaramente sto banalizzando in modo retorico (qualcuno direbbe che sono questioni da “liceali”).
    Ma, a mio avviso, sono due i requisiti essenziali per l’azione: la “preparazione”, per cui non ti lanci senza paracadute come un idiota suicida; e dall’altro lato, la consapevolezza che nessuna preparazione possa garantirti qualcosa contro l’ignoto e la mortalità (aspetti della vita fondamentali e spesso rimossi). Per affrontare il “presente” ci vuole “struttura”, una solidità basata sul “saper fare”, o quantomeno sulla lotta per acquisire i mezzi per “saper fare” (“nisciuno nasce imparato”); ma ribadisco che occorre essere coscienti che il presente e il futuro sono imprevedibili e ignoti.
    Ve lo dice uno che non è mai stato “pronto” e che, dinanzi al rischio e al pericolo, ha spesso fatto marcia indietro….oh…vida de mierda!…
    Una Vita Eroica….ecco cosa occorre…Eros, calore Passionale, una Vibrante e contagiosa Energia….e allora che ben venga un Vento impetuoso a gonfiare e far divampare l’incendio, bruciando tutto nel rogo dell’Intensità!…ma più spesso le nostre vite sono flebili fiammelle, che si spengono al primo spiffero…Sembra quasi che l’uomo pecchi di “hybris” quando vuole anelare all’azione perfetta, viva e intensa, e allora gli déi invidiosi intervengono in modo che tutto vada a merda, o spengono i suoi slanci….sembra che un demiurgo crudele voglia ricordare all’uomo che “siamo nati per soffrire” o che “la felicità non è di questo mondo”, condannandolo al dolore e alla follia. “Le vent nous portera”….il vento ci porterà, era il titolo di una canzone di qualche anno fa, il suo cantante uccise a schiaffi e pugni la sua compagna e finì in galera. Dicono che quando soffiano lo Scirocco o il Ghibli, in alcune zone, aumentano i suicidi…
    Forse aveva ragione Gurdjieff quando diceva che “l’uomo non può fare”, o che ci troviamo in una zona dell’Universo “sfigata” (lontani dal “raggio di Creazione”)…e hanno ragione anche gli indiani quando dicono che le nostre vite sono ingolfate da ciò che è oscuro e pesante (tamas) o agitate da frenetiche passioni (rajas)…insomma, vorremmo immergerci nudi nel vento solare per essere parte di un moto più vasto, o volare come aquile al vento, e invece per forza di gravità finiamo a terra come polli; oppure, peggio, veniamo sballottati dalla tempesta come palloncini o foglie senza consistenza..
    ok…scusate lo sfogo (da “liceale”?)….qualcuno potrebbe dirmi che esistono metodi per essere “padroni del proprio destino”, che bisogna cogliere le ottave, le correnti ascendenti e discendenti, la legge del tre e del sette, le influenze astrologiche….ma fuori sta piovendo, c’è il vento e -chissà perché- ho una gran voglia di andare in moto.
    ciao

  7. Emanuela Russo scrive:

    ……BELLA LA VOGLIA DI ANDARE IN MOTO…..CIAO MAURO, SEMPRE MOLTO BELLE LE TUE PAGINE E LE TUE PAROLE

  8. darko scrive:

    Equilibrio per un’azione davvero efficace: esattamente come è disposta a fare la fortunata figlia di Mauro : in modo naturale ha imbracciato la bici e, immemore di limitanti paure, iniziò a ‘divertirsi’ anche con la bici (…) credo che il senso dell’equilibrio abbia a ché fare con un somigliante senso o spirito di auto ed etero conservazione (…)
    Equilibrio, me lo fece percepire, partendo dalla sua esperienza, Rocco, infermiere psichiatrico:
    era notte e noi due ci trovavamo al suo ‘posto di lavoro’: ‘Federì: Equilibrio’…

    Ciao

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