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Il paradiso in rovina

martedì 10 agosto 2010

Tradizioni, Viaggi dell'anima

Ero andato da solo, con tutti i mezzi possibili. Autobus scassati che perdevano le ruote per strada, lungo dirupi di mille metri; camion colorati, abbarbicato sul tetto, con le trombe che laceravano l’aria sottile dell’altura. Tra pareti di ghiaccio in pieno luglio, a 4000 metri di quota, su improbabili passi aperti solo qualche ora al giorno e presidiati dall’esercito.

Montagne di settemila metri, di pietra friabile e rocce antiche, punteggiate a valle da fazzoletti verdissimi di orzo e colza. Miraggi stupefacenti, enfatizzati da centinaia di stupa a sacralizzare lo spazio. La notte, sembrava di poter toccare le stelle, tanto erano vicine e brillanti. E l’euforia dell’altitudine faceva il resto, trasformando ogni emozione in pianto di gioia profonda.

Credevo di aver trovato Shangri-La, e nessuno – ancora oggi – mi può convincere che il Ladakh non sia un luogo benedetto, dove mi piacerebbe riposare per sempre, un giorno.

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Un anno dopo ritornai. A un certo punto, durante una sommossa, mi trovai con la mia compagna sotto coprifuoco. Ci fu un po’ di confusione: lei cadde e si ferì gravemente. Riuscimmo con gravi difficoltà a raggiungere un ospedale (dovetti minacciare un ufficiale, che non voleva prendersi alcuna responsabilità) e finalmente, in attesa dell’unico chirurgo di un territorio grande quanto mezza Italia, ci potemmo rilassare qualche momento.

Mi presi la libertà di parlare con un infermiere, un pacioso tibetano che sembrava sorridere ad ogni respiro. Mi disse che l’ospedale era nuovo, appena costruito. Mi guardai intorno: pareti di adobe (paglia, fango e sterco) imbiancate a calce. Feci i complimenti per la pulizia e mi congratulai per il loro nuovo ospedale. Lui rise e disse: «Ogni anno è nuovo! Perché quando piove (e ogni anno lassù piove solo per tre giorni circa) l’edificio si “scioglie”, e così tocca ricostruirlo…». Rideva contento e per un attimo credetti che stesse scherzando.

Faceva invece terribilmente sul serio. Lo seppi poi. E ammirai ancora una volta quella loro capacità di accettare l’impermanenza anche quando ti disfa le tue cose e ti impone di ricominciare da capo…

*****

Ebbene: è di queste ore la notizia che la vallata di Leh è pressocché spazzata via da una coltre di fango e detriti. Piogge torrenziali, dicono. Fine di un mondo – aggiungo – che non sarà mai più lo stesso.

E intanto vedo quella gente, i volti più miti e contenti che possa ricordare nello spazio di mondo che ho vissuto, fuggire dal fango che li travolge, dalle case che si “sciolgono” come mai prima, ben sapendo che siamo a una resa dei conti.

Un possente «Om Mani Padme Hum» si leva dalle valli allagate. Lo sento e mi associo con tutto il mio cuore. Vorrei essere lì con loro, perché una parte di me è di famiglia in quel posto.

E intanto non credo alla fatalità e, come abitante di questo pianeta, mi sento anche responsabile. Siamo riusciti a distruggere l’ultimo lembo di paradiso in terra: come possiamo credere di meritarcene un altro dopo?

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8 Commenti per questo articolo

  1. Valeria scrive:

    “…capacità di accettare l’impermanenza…”
    Caspita Mauro, hai detto niente!
    Accettarla è dificile difficile. E’ necessario un grande Cuore…
    Grazie per questo articolo che fa riflettere. Ciao. V

  2. Alessandro scrive:

    Un’ immagine commovente di un mondo antico e stupendo,
    in cui si crede d’aver sempre il tempo di poterci andare,
    credendo che esso rimanga sempre lo stesso,
    ma questa è solo un’ altra illusione.

  3. Fede scrive:

    Davvero ‘è finito il Tibet? Dimmi di no, ti prego!

  4. Mauro scrive:

    Fede… posso dirti che è finito Mu, Atlantide, Babilonia, l’Egitto del grande Thot, e poi sono finite civiltà come quelle dei Toltechi, dei Maya, degli Atzechi… È finita l’epoca dei Cavalieri, dei Templari, della Cavalleria islamica, degli Esseni… Sono stati sterminati i pellerossa, abbrutiti gli aborigeni, cancellati tanti altri esempi di integrità e conoscenza.
    Ma ogni Dimensione che li sosteneva continua il suo lavoro, a volte si fa solo da parte, per permettere all’umanità di procedere imparando dalla sua follia.
    Finiscono le ere, le epoche e il Tempo (illusorio) fa il suo lavoro di costruzione e demolizione.
    Altro è già nato, e risplende nel lavoro – spesso in sordina – che porterà a nuove bellezze e nuovi miti.
    Ciò che è non può finire. Semplicemente è!
    Siamo solo noi che dobbiamo accorgercene. Un lungo cammino… per non allontanarci dalla Verità.
    Che tale resta, è e sarà.
    (Amen) :-)

  5. Fede scrive:

    (Amen)

  6. Roberto Rini scrive:

    sì…l’impermanenza…ma contrastare l’avanzata dell’entropia è il nostro dovere..nella Gita chi non agisce è responsabile delle catastrofi…

    ho sempre pensato che quella dolcezza e quei valori di non-violenza, che i popoli dell’Himalaya esprimono da sempre, non fosse sufficiente a garantire la stabilità di una vita serena , che occorresse qualcosa in più….non so cosa…ma andava e va cercato …purtroppo , come scrivi tu mauro, l’ospedale e le case erano realmente fatto di fango e sterco…la loro vita e precaria ..e una regione racchiusa tra due immense catene montuose non può che accettare la precarietà… un giorno arriveranno lì i cinesi e gli indiani con mezzi potenti e costruiranno strade orrende e palazzoni….ci sarà la permanenza (per un pò) e la perdita dell’innocenza…

    karma…

  7. Fede scrive:

    Intendi, Roberto, che i cinesi porteranno permanenza impermanente? Dacché mi è dato di sapere ‘ciò che è permanente’ lo è per sempre… e comunque dubito che i china porteranno le strade lassù e perché dovrebbero farlo? Speriamo di no!

  8. Roberto Giuliano scrive:

    Per quanto io debba al Tibet e alla sua millenaria cultura l’occasione ” casuale ” che mi ha introdotto giovanissimo alla mia personale ricerca e condividendo emotivamente tutta la sofferenza di Mauro e aggiungendo pure una grossa dose di incazzatura nei confronti dei Cinesi che fanno come i romani del ” divide et impera ” il loro motto, voglio aggiungere questa riflessione forse un pò controcorrente.
    Perchè sta succedendo irreversibilmente, popolo invasore a parte?
    I Tibetani per secoli e sicuramente anche per motivazioni che mi sfuggono, hanno vissuto isolati dal resto del pianeta, complici anche le loro immense montagne.
    Ora però la Terra si sta ” globalizzando ” ( orribile termine che io detesto dal profondo del cuore ).
    Non so se sarebbero usciti dalla loro solitudine etnico-culturale-spirituale se qualcosa dall’esterno non li avesse stanati. Ho pensato che in questo ci possano essere anche motivazioni karmiche legate proprio alla loro abitudine di vivere in una torre di vetro, per quanto stracolma di di sacralità. Come dire: in questa epoca di cambiamenti profondi nessuno si può permettere di chiamarsi fuori perchè il cambiamento, se lo eviti, ti viene a prendere e non c’è luogo in cui puoi sfuggirlo.
    Meditiamo gente, meditiamo!

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