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Il colore del mondo

Ciao a tutti.

Ogni anno che finisce, simbolicamente, apre le porte ad un inizio.

Un momento perfetto, quindi, per ripartire.

Dopo molto silenzio (ed è stato per lo più un problema di tempo), ho voluto rileggere i commenti ai vecchi post. Commenti a cui quasi mai rispondo, per una forma celata di rispetto ad espressioni che non richiedono risposte, ma affermano visioni, idee ed esperienze che vanno ad arricchire questo “nostro” piccolo spazio di mondo.

Ringrazio tutti, e provo a ripartire con un nuovo anno pieno di novità. Lo faccio – simbolicamente – con un vecchio scritto, una “cosa” di più di dieci anni fa, che comunque mi sembra adatta per ricominciare. Si tratta di una sorta di breve racconto fantastico. A voi decidere se offre quello stesso ottimismo – quello stesso sorriso – che ha fornito a me quando una notte, tanti anni fa, lo ho sognato.

*****

Gli occhioni stupiti del bimbo spaziavano sul grande mare. Forse lo vedeva per la prima volta, e le parole ancora limitate del suo linguaggio gli impedivano di capire a fondo di che cosa si trattasse.

Ma, forse, proprio per questo, poteva davvero guardare quella “cosa” in silenzio, domandandosi solo da quali narici e quale bocca smisurata potesse sortire quel respiro così immenso che, tutto intorno a lui, poteva chiaramente sentire.

Non si accorse quasi del vecchio che stava seduto poco più in là. Un uomo assorto, nella sua veste di velluto porpora, appena mossa dal vento di quel mattino trasparente.

Il bimbo, avvertì d’un tratto quella presenza, e il suo sguardo curioso si fissò sulla lunga barba dell’uomo.

Lo osservava come solo i bambini sanno fare, senza vergognarsi di violare quell’intimità che il vecchio palesemente stava vivendo con se stesso.

Il vento si era un poco calmato, quando l’uomo cominciò a parlare. Lo fece senza affettazione, come si parla a un vecchio amico, o come si pensa tra sé e sé, talvolta.

«Non ti sembra che sia troppo grande per i nostri occhi?», disse indicando il mare con gesto dolce, forse temendo una fuga precipitosa del piccolo, o un pianto di paura.

Il bimbo si avvicinò invece incuriosito e, sedendo tranquillo sulla roccia, rispose: «No, signore».

Il vecchio sorrise. «Hai ragione, figliolo», sillabò lentamente. «Nulla di ciò che ci è dato di guardare è troppo grande».

Il bambino sembrava avesse capito perfettamente, poiché levò gli occhi verso il cielo e le nubi lontane, e abbracciò con un movimento palese del capo anche la visione delle morbide alture che formavano un ampio golfo, in direzione di Napoli.

«Sai», aggiunse l’uomo alzando il braccio in un ampio gesto, «è che da tutta la vita mi sento troppo piccolo per capire tutto questo».

Il bimbo lo guardò con fare interrogativo: «È vivo, respira come il cielo», replicò, «come respiriamo anche noi».

L’uomo dalla lunga barba si scosse sorpreso, e tacque a lungo.

Fu di nuovo il piccolo a rompere il silenzio: «Signore, credi che noi veniamo da là?», e non si capì bene se alludesse alla distesa delle grandi acque o all’azzurro terso che li sovrastava.

«Certo», rispose comunque, «e là torniamo ogni volta. E poi, forse, non c’è un “qua” e un “là”, siamo sempre dentro a tutto…».

«Dentro a tutto!», fece eco il bimbo, e intanto i suoi occhi brillavano di furbizia.

«Qualcuno, quando si ferma a guardare, pensa a Dio», disse quasi a se stesso il vecchio. E poi, rivolgendosi al suo piccolo amico: «Tu sai chi è Dio?».

«Patre», replicò pronto il bimbo, in un misto tra napoletano e latino, tanto che il vecchio, allibito, pensò che stesse invocando il genitore, forse perché ormai stufo della presenza di quel noioso interlocutore.

«Patre», ripeté invece la creatura e il vecchio rabbrividì di emozione vedendo lo sguardo concentrato del bambino, mentre sembrava che in quel momento non fosse già più lì.

Seguì un silenzio rispettoso, interrotto soltanto dal chiacchiericcio petulante della risacca. Passò molto tempo, forse una mezz’ora.

«Cosa fai tu, signore?», disse poi d’improvviso il bimbo, facendo trasalire il vetusto pensatore, «guardi sempre le cose?».

«Sì», rispose sorridendo il vecchio, «so soltanto guardare le cose, io. E poi cerco di capire. E non capisco. E guardo e cerco ancora. E di nuovo non capisco. Ma non mi stanco mai di guardare, né di cercare, perché non so fare altro. Non so fare proprio nient’altro…».

Il bambino scoppiò in una risata di gusto, divertendosi come alla vista di un capitombolo o a una festa di piazza.

Anche il vecchio rise, e la loro gioia sprizzò più alta delle onde a riempire l’aria del mattino.

«Che bello!», gridò il bambino, «Che bello! Anch’io da grande voglio fare quello che fai tu! E voglio anche andare là» e intanto si alzò, indicando l’orizzonte, «e poi là, dopo le montagne, e anche dappertutto; pure in cielo! Io voglio volare… ».

Il vecchio si commosse, pensò a certe sue fantasie sul volo degli uccelli, a vecchi progetti sulle macchine volanti. Pensò ai suoi fallimenti. E vide scene di battaglia, colori su tele immense che rappresentavano il mondo, vide i misteri che inseguiva da una vita, e tutti i segreti celati in un semplice sorriso o nel cosmo complicato della macchina umana.

E intanto anche lui si era alzato, quasi in una danza goffa con quel bambino sconosciuto, mentre nei suoi occhi brillavano lacrime che lui stesso non sapeva se fossero di gioia o nostalgia. E cominciò a correre per la scogliera, gridando e giocando, e saltellando proprio come un vecchio.

E piangeva, e urlava, e danzava, e finalmente ricordava. Ricordava di essere stato così anche lui, e che era stato sempre e solo così, e che tutto quello che aveva fatto l’aveva desiderato da bambino, quando ancora i suoi occhi sapevano guardare senza giudizio.

«Anch’io voglio volare!», gridava in un deliquio senile. «Voglio volare in alto, dove stanno i segreti dell’universo, dove pregano gli angioli e la luce è sì grande da accecare tutta. Voglio essere ciò che sono, tutto ciò che è, una sola cosa, una sola cosa…!».

Il bimbo lo guardava. Si era fermato come in attesa. Anche il vecchio esaurì di colpo le forze, sedendo quasi accasciato su un sasso.

«Come ti chiami, signore?», chiese il bimbo.

«Il mio nome è Leonardo», rispose ansando il vecchio. «Domani parto per Parigi, dove il re di Francia mi ha chiamato». E poi, soprappensiero: «Vado là a morire, certamente».

«Parigi, che bello!», interruppe il piccolo, e intanto già fuggiva verso altri giochi, giù, in direzione della piana.

«Ma tu, chi sei? Da dove vieni?», gridò il vecchio quasi avesse riconosciuto un angelo.

«Sono di Nola, laggiù, e il mio nome è Giordano!».

«Giordano come?».

«Bruno…» fece eco il vento, e al vecchio sembrò che il piccolo gli avesse solamente svelato il colore del mondo.

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5 Commenti per questo articolo

  1. Franz scrive:

    Era l’ora… un buon rientro direi.
    In bocca al lupo!

  2. Davide scrive:

    Che sogno dolcissimo e forte…un abbraccio.

  3. Fede scrive:

    emotion !

  4. Alessandro scrive:

    Che bellezza,un racconto magico,grazie per questo dono

  5. silvana bigi scrive:

    super….( il racconto)…vorrei potervi frequentare ” dal vivo”..ma sono come agli arresti domiciliari..sono comunque ..felice.. di poter comunicare attraverso la rete..x.. fortuna che ci siete..grazie..

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