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E completiamo la maratona. Si tratta di curiosità un po’ fini a se stesse, ma con l’indubbia utilità di sottolineare che ogni nostro gesto, ogni apparente “luogo comune”, in realtà appartiene a un patrimonio storico che ci sovrasta e – in qualche modo – ci condiziona. Nulla di male, naturalmente: basta saperlo. E rendersi conto che spesso, quello che facciamo in modo un po’ abitudinario, proviene da serbatoio di energie emotive accumulate nei secoli di nostri progenitori. Ciò rende potente la tradizione, ma fa pensare…

…Fa pensare a quanto ogni cosa che venga sufficientemente protratta a lungo nel tempo, alla fine, anche se senza senso, assurge a verità. Invece si tratta solo di abitudine, consuetudine, azione meccanica, che uccide sul nascere ogni forma di originalità ed espressione creativa.

L’intelligenza ne deve certamente tenere conto, ma quanto alle possibilità che la vita offre in ogni momento, per certi versi quest’attitudine spegne gli impeti e uccide il “nuovo”. 

Non si tratta di un sermone (me ne guardo bene!), ma di una semplice, anche forse banale, osservazione.

Un prosit a tutti i miei ventiquattro lettori!

Il presepe e altre storie

I Vangeli Apocrifi (considerati non “ispirati”, quindi non accettati dalla Chiesa) parlano della grotta nella quale era collocata la stalla dove nacque Gesù, e indicano la presenza del bue e dell’asino che, con il loro alito, riscaldano l’umile culla. La parola presepe significa “mangiatoia” e indica la greppia nella quale, come racconta anche il Vangelo di Luca, fu posto il Bambino Gesù alla sua nascita.

 

Cito dal sito di Calogero Martorana«Per comprendere il significato originario del presepe, occorre chiarire la figura dei lares familiares, profondamente radicata nella cultura etrusca e latina. I larii erano gli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia. Ogni antenato veniva rappresentato con una statuetta di terracotta o di cera chiamata sigillum. Le statuette venivano collocate in apposite nicchie e, in particolari occasioni, onorate con l’accensione di una fiammella. In prossimità del Natale si svolgeva la festa detta Sigillaria (20 dicembre), durante la quale i parenti si scambiavano in dono i sigilla dei familiari defunti durante l’anno. In attesa del Natale, il compito dei bimbi delle famiglie riunite nella casa patriarcale, era di lucidare le statuette e disporle, secondo la loro fantasia, in un piccolo recinto nel quale si rappresentava un ambiente bucolico in miniatura. Nella vigilia del Natale, dinnanzi al recinto del presepe, la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare ciotole con cibo e vino. Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci, “portati” dai loro trapassati nonni e bisnonni. Dopo l’assunzione del potere nell’impero (IV secolo), in pochi secoli i cristiani tramutarono le feste tradizionali in feste cristiane, mantenendone i riti e le date, ma mutando i nomi ed i significati religiosi».

Rappresentazioni della natività compaiono già su alcuni sarcofaghi del IV secolo, ma la vera e propria origine del Presepio è da ricondurre alle antiche rappresentazioni sacre che si svolgevano durante le feste natalizie e dalle quali S. Francesco, secondo tradizione, avrebbe tratto l’idea del presepe, realizzandolo per la prima volta in un bosco, presso Greccio, nel Natale del 1223.

Alla fine del 1200 apparvero rappresentazioni artistiche della natività: la più antica è “L’oratorium Praesepis” di Arnolfo di Cambio, conservato nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, su commissione del Papa Onorio IV. La popolarità del presepio ebbe però inizio solo nel 1400, in particolare nell’Italia centro-meridionale e per l’opera divulgatrice dei frati francescani e domenicani. Nella seconda metà del secolo, l’uso di disporre semplicemente una serie di statuine contro uno sfondo dipinto fu sostituito dall’elaborazione di paesaggi in rilievo.

A Napoli sorse una vera e propria arte del presepio: famoso fu quello con figure in legno di S.Giovanni a Carbonara nel 1484. Nell’Italia settentrionale si producevano invece opere grandi in terracotta.

A Napoli, nel 1700, nacque il “figurinaro”, cioè creatore di statuette, e comparvero così gli specialisti di pastori, gli animalisti ecc. Anche le composizioni diventarono più complesse, con scene di vita quotidiana. Da Napoli questa arte si diffuse in Spagna (figure in creta in Catalogna), in Portogallo, in Francia: in Provenza venivano allestiti presepi in teatrini o negozi, composti di vari quadri divisi da fondali e le figurine erano marionette mosse da un congegno interno. L’Italia del nord esportava presepi nel nord Europa, in particolare su richiesta delle chiese in Polonia.

Esistono presepi ritagliati nella carta o nella stagnola, presepi splendidi a forma di cattedrale gotica in Polonia; Nel presepe è tradizione del nord Italia raffigurare la capanna, e del sud Italia raffigurare la grotta.

La stella cometa

La stella cometa è entrata nella tradizione del Natale cristiano, ma anch’essa indica la confusione che circonda le radici del Natale. Come abbiamo visto, nessuna cometa è osservata e registrata negli anni presunti della nascita di Cristo, e il fenomeno luminoso fu da addebitarsi alla congiunzione di Giove e Saturno il 13 novembre del 7 a.C., nella costellazione dei Pesci.

Tutta la storia della cometa nasce da un quadro di Giotto nel 1301, alla Cappella degli Scrovegni quando il pittore, accanto alla Natività, dipinse l’Epifania e inserì sopra la capanna una cometa.

Giotto aveva dipinto in questo modo la Natività per perché, proprio in quell’anno, il 1301, a Dicembre, era apparsa in cielo la famosa cometa di Halley, allora molto luminosa e appariscente.

Il ceppo, il vischio, la strenna

Dalla festa del Sol Invictus proviene l’usanza di bruciare un ceppo a Natale. Il ceppo doveva essere di quercia e doveva bruciare per 12 giorni: da come era bruciato o dalle scintille si prediceva il futuro. Le ceneri venivano conservate e usate come rimedi contro malattie e calamità.

Il culto del fuoco, come pure il culto degli alberi, vanno inseriti nella grande cornice dei riti del “solstizio” invernale. Il calore e la luce del fuoco evocano la luce solare che, negli ultimi giorni dell’anno, è al minimo astrale. Mentre, l’albero (specialmente i sempreverde), simbolo di vita, elemento cosmico per eccellenza, con i suoi culti, richiama in essere le forze della natura, assopite nel letargo invernale. Ed è proprio in questo orizzonte cultuale “bipolare” (fuoco-albero) che va collocata la tradizione del ceppo di Natale.

Il vischio, invece, proviene ancora dalla tradizione nordica. Nei culti dei druidi, i sacerdoti celtici, c’era l’usanza di tagliare il vischio con un falcetto a forma di serpe d’oro. Veniva poi raccolto in un drappo bianco avendo cura di non farlo toccare per terra e lo si immergeva nell’acqua di un lago.

Abbracciarsi sotto il vischio per il Natale-festa del Sole era benaugurante; infatti, il vischio era anche chiamato “guarisci-tutto” per le sue proprietà medicinali.

Questa sua natura invita a superare ogni dolore e calamità; secondo i druidi il vischio assicurava il bel tempo, il raccolto abbondante e la protezione contro i malefici: per questo si usa regalarlo ad inizio d’anno.

Con l’affermazione della religione cristiana, il vischio, a causa dei suoi legami con la tradizione pagana, fu sostituito dall’agrifoglio.

Quanto alla strenna – usanza di cui abbiamo già parlato a proposito dei Saturnali – con il termine, nell’antichità romana, si indicavano i rami d’albero che venivano regalati alle Calende di Gennaio come augurio di prosperità ed abbondanza. I Re dei Sabini volevano che questi rami fossero raccolti nel bosco dedicato alla Dea Strenia. Da qui il nome.

11. continua

precsucc


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