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Simbologia

Comunicazione esoterica, dunque. Già Platone e Aristotele ne discutevano, in particolare rispetto a una conclamata differenza tra il sapere scritto (statico e impossibilitato a trasformarsi attraverso la riflessione filosofica) e quello orale-dialettico, più adatto a trasmettere conoscenze relative alle “verità ultime”.

Soprattutto in Platone – riguardo a tale argomento fedele discepolo del Maestro Socrate – più asserzioni in varie opere inducono a ritenere che il filosofo considerasse i libri mezzi poco adatti a contenere verità. E questo, secondo molti studiosi, per il timore che conoscenze “delicate” potessero finire in mani sbagliate.

Preoccupazione senz’altro condivisibile e ben presente tanto nel dibattito filosofico del mondo antico, quanto nella tradizione esoterica in genere.

Tuttavia, a una lettura più attenta, nelle parole di Platone possiamo individuare anche un altro tipo di riflessione, una considerazione che, a nostro parere, va ben oltre la semplice salvaguardia di una conoscenza non adatta che ai soli iniziati. Scrive infatti il filosofo:

«Su queste cose non c’è un mio scritto, né ci sarà mai. In effetti la conoscenza della verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma dopo molte discussioni fatte su questi argomenti, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si sprigiona dallo scoccare di una scintilla, essa nasce nell’anima e da se stessa si alimenta».

Platone accenna qui all’espressione “comunanza di vita”, facendo quindi riferimento alla struttura fondamentale dell’insegnamento esoterico nella storia dell’uomo: non tanto una segretezza settaria, quanto la necessità di una condivisione tra chi sa, e insegna, e chi è fortemente “motivato” – diremmo oggi – a imparare. Motivazione che, in tutta la tradizione esoterica, assomiglia più a un’aspirazione a comprendere, a un ardente desiderio di verità.

In questa prospettiva, la comunicazione esoterica non era tanto “trasmissione di dati e significati”, quanto piuttosto “esercizio”, praxis, condivisione dell’insegnamento e trasferimento della comprensione nella pratica, nell’azione quotidiana. Solo in questo modo «…improvvisamente, come luce che si sprigiona dallo scoccare di una scintilla, [la verità] nasce nell’anima e da se stessa si alimenta». Che è poi il vero senso della conoscenza esoterica.

Esattamente in questo punto si pone la nostra decisione di includere in un testo sulla comunicazione il livello più esoterico. Proprio per indicare che, nell’azione vitale, sta esattamente a chi agisce la possibilità di accedere a strati più profondi di conoscenza.

Non con un approccio accademico, non da semiologo o attraverso studi di iconografia, dunque, ma da essere umano che sente di esistere all’interno di qualcosa di più grande di lui. E cerca le risposte, esplora se stesso con sincerità cercando di travalicare limiti che fanno parte di consuetudini, condizionamenti, morali vecchie e stantíe che sono semplicemente i significati che altri uomini, prima di lui, hanno attribuito alle cose.

Un uomo che impara a distinguere tra sapere (comunque utile, nell’organizzazione di dati e nozioni) e conoscenza, il primo – il “sapere” – frutto delle facoltà di una mente raziocinante, la seconda – la “conoscenza” – aperta invece a possibilità più vaste, il più delle volte non contenibili in flussi lineari di pensiero.

Questo genere d’uomo non si accontenta e, nel suo non sentirsi appagato non può che “andare oltre”, anche rischiando di non trovare ciò che sta cercando, ma dando interamente se stesso nell’impresa.

È così che costui, ponendosi di fronte al simbolo con questa aspirazione a comprendere con tutto se stesso, diventerà a poco a poco in grado di “usarlo”, emancipandosi dalla condizione di “essere usato” – come tutti siamo – dalle forze più grandi di noi.

Allora egli metterà se stesso in quel simbolo, vitalizzandolo con la forza del suo desiderio, così che l’archetipo, il significato e la forza di quel segno simbolico diventerà il suo stesso potere.

Potere di fare. Potere di essere.

E potere di comunicare, naturalmente, poiché riuscire a portare nella propria esistenza ciò che, senza conoscenza, è solo un vuoto segno, significa essere riusciti a trasformare se stessi, fluidi nel mutamento, senza paura né padroni.

Significa essere diventati noi stessi un simbolo, e poter di conseguenza comunicare ciò che si è senza mediazioni, senza studio né controllo. Semplicemente con il cuore.

L’unica comunicazione che funziona.

tratto da Connessione umana, di Walter Ferrero e Marta Residori

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