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Sulla Bibbia c’è scritto che siamo stati creati «a immagine e somiglianza di Dio».

Neppure da piccolo ho pensato solo per un istante che questo significasse che Dio abbia due braccia come noi, e uno stomaco da riempire tutti i giorni. Piuttosto, pensavo che la frase si riferisse alla perfezione dell’essere umano. E ancora lo credo.

Non parlo solo della perfezione biologica (solo a pensare ai miliardi di cellule con funzioni differenziate che lavorano costantemente in armonia senza che noi dobbiamo preoccuparcene, viene il mal di testa…), ma soprattutto della possibilità di percepirsi e divenire cosciente di se stesso.

Tralascio per questa volta le implicazioni teologiche, e tutta la “spiega” sul concetto di creazione, evoluzione e realizzazione. Me lo riservo per un’altra volta…

Vorrei però sottolineare il fatto che, se veniamo al mondo con tutta l’attrezzatura necessaria per ricongiungerci coscientemente all’Unità, quasi da subito ci complichiamo la vita e cerchiamo di far di tutto perché ciò non avvenga. Il processo di incarnazione prevede la formazione di un “Io” che presto diventa l‘identificazione principale della nostra esistenza, illudendoci di essere individui separati. E la frittata è fatta.

Poi arriva la vita, con le sue regole, la sua “educazione”, le idee di quelli che ci hanno preceduti, insieme al “caso” che fa sì che ci incarniamo in un posto preciso, in un dato periodo storico, in una certa famiglia, ecc…

Tutto questo va a formare una personalità, che presto tendiamo a riconoscere come “noi stessi” e a perpetrare nel tempo per tutta la vita, convinti di vivere un’esistenza oggettiva.

Occorre un lungo lavoro per disidentificarsi, per riconoscere le istanze dell’ego e alleggerirsi dai sensi di colpa e dalle paure. Un lavoro tremendo e straordinario che, da sempre, è stato chiamato “Ricerca di Sè”.

È sempre stato così, e lo sarà ancora per molto. Tuttavia, l’evoluzione ci ha condotto a un punto che presenta caratteristiche particolari: siamo nel Kali Yuga, signori, e tutto diventa più complicato…

Secondo l’interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, tra cui i Veda, il Kali Yuga (lett. Kàli = nero, Yuga = era, corrispondente nei miti greci all’età del ferro) è l’ultimo dei quattro Yuga, o ere cosmiche. Si tratta di un’era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale. Durante quest’epoca si assiste a uno sviluppo nella tecnologia materiale, contrapposto però a un’enorme regressione spirituale. Nel Kali Yuga la nobiltà è determinata unicamente dalla ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del potente; parole come “carità” e “libertà” vengono pronunciate spesso dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste a una generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la liberazione dall’ignoranza si fanno sempre più rare a causa del generico declino spirituale dell’umanità. Durante il Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto sia superficialmente molto declamato tra le persone, nessuno rispetta sinceramente gli altri. Ognuno crede che lo scopo ultimo della vita sia quello di ottenere rispetto nell’accezione di potere, quindi diventando ricco o fisicamente forte.

Mi sembra che, qualche migliaio di anni fa, si sia ben descritto ciò a cui assistiamo tutti i giorni… Chi non riconoscerebbe i nostri tempi in queste descrizioni?

Ma è inutile piangere sul latte versato: qui siamo e da qui partiamo. Si tratta in fondo di una condizione evolutiva che l’umanità nel suo complesso doveva raggiungere, per fare un altro “passaggio” che, presto o tardi, avverrà.

Sta di fatto che oggi ci troviamo a fare i conti con questa condizione, e il nostro lavoro di emancipazione non può non tener conto della complessità di questo periodo storico.

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L’ho già accennato in altri post: siamo fatti di corpo, mente ed emozioni, e il rapporto armonico che dovrebbe sussistere tra queste tre componenti è stato del tutto alterato (vedi la bella metafora di Gurdjieff su “carrozza, cocchiere e cavalli”…). Viviamo una realtà innaturalmente “mentalizzata” (e riconosco la mia parte di responsabilità, in questo…), in cui l’armonia naturale è andata perduta.

Per questo, per un lavoro che parta “dall’inizio”, è fondamentale dapprima ritrovare i ritmi naturali del corpo. Conoscerlo, forgiarlo e restituirgli coscientemente la funzione che gli è propria nella “macchina” umana. Un corpo sotto stress, costretto a subire tempi innaturali, ritmi forsennati, alimenti alterati, intrugli chimici come medicine… Un corpo dal quale siamo inesorabilmente separati.

Partiamo dunque – come ho già avuto modo di dire – dal rilassamento. Ovvero dalla capacità di ascoltare, riconoscere e lasciar esprimere liberamente il nostro corpo, per darci almeno la possibilità di poter utilizzare al meglio tutti i nostri strumenti (seguiranno testi sull’energia, sul respiro, sulle emozioni, e così via…).

RilassamentoEcco dunque il motivo del libro che propongo, Rilassamento, un testo che percorre le conoscenze esistenti sull’arte di abbandonarsi e insegna come farlo, basandosi sull’antica pratica di nyasa (“concentrare la mente su un punto”) che consente di rilassare completamente il corpo e la mente attraverso il sonno apparente. Con questa tecnica di concentrazione la mente giunge a una vera e propria liberazione, a un “vuoto cosciente” simile a quello della meditazione, rimanendo allo stesso tempo vigile e attenta.

A chi può interessare, Rilassamento si trova a questo link.

 

photo credits: FlickrCC

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