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Uno degli aspetti più deleteri che si accompagnano quasi inevitabilmente a ogni forma di divulgazione delle conoscenze antiche è la volgarizzazione dei contenuti.

Così è stato per la Scienza dello Yoga (ridotta troppo spesso a una mera serie di esercizi ginnici per il recupero della forma fisica), per l’Astrologia e per i Tarocchi (degradati a futili strumenti per divinazioni “da salotto”) e per la Meditazione (di volta in volta fraintesa come un mezzo per “estraniarsi dal mondo” o per entrare in contatto con realtà o esseri “spirituali”).

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Un processo tristemente analogo sta da qualche tempo interessando anche il vastissimo e prezioso corpo di discipline e insegnamenti che sono stati tramandati con il nome di “Tantra”.

Sedotti dalla facile lusinga delle tecniche di natura sessuale cui alcuni testi appartenenti alla tradizione tantrica fanno esplicito riferimento, i mezzi di informazione di massa e l’editoria più pronta a “cavalcare l’onda” non hanno esitato a enfatizzare questo aspetto, ignorando con la massima disinvoltura presupposti e contenuti che – sebbene di fondamentale importanza – non avrebbero esercitato un uguale fascino sull’immaginario collettivo.

Ne è uscita – e si sta purtroppo sempre più consolidando – un’immagine del Tantra che richiama, nella migliore delle ipotesi, una psicoterapia a sfondo sessuale, se non addirittura uno strumento per migliorare le proprie performances erotiche. Nel peggiore dei casi, poi, non è difficile scambiarlo per una facile scusa che consente di abbandonarsi a ogni genere di eccessi orgiastici.

E ciò, oltre che assolutamente falso, è davvero intollerabile, in quanto rischia di vanificare uno dei più potenti ed efficaci mezzi di trasformazione “totale” dell’uomo che mai siano stati resi disponibili, e una delle linee di pensiero più limpide e più forti di tutta la tradizione indo‑tibetana.

Risulta perciò assolutamente necessario fare chiarezza su un argomento così fondamentale, procedendo ad esplorarne i presupposti teoretici e recuperandone le linee essenziali, in termini sia di conoscenza che di pratica.

Il Tantra è la via della trasformazione.

Due oggetti fondamentali propri della ritualità tibetana spiegano il concetto: il vajra (o dorje) che rappresenta il metodo, il principio solare, attivo, maschile, e la campana (o gantha), che indica l’energia della vacuità dello stato primordiale, il principio lunare, femminile e ricettivo.

Nel vajra la sfera centrale è il thigle, cioè la potenzialità illimitata dello stato primordiale, mentre le due sezioni di cinque bracci ciascuna che da questo si dipartono rappresentano il nirvana (la visione pura) e il samsara (la visione impura, contingente).

La visione impura è l’effetto dell’azione dei cosiddetti “cinque aggregati” che costituiscono la personalità:  forma, sensazione, percezione, volizione, coscienza, e delle cinque passioni” che sono le loro funzioni: ira, attaccamento, offuscamento mentale, orgoglio, gelosia.

La visione pura, invece, è l’aspetto essenziale dei cinque aggregati: spazio, aria, acqua, terra, fuoco, rappresentati nell’iconografia simbolica con le immagini dei cinque buddha che governano lo spazio, o con i cinque colori fondamentali dell’arcobaleno (o thigle).

Il Vajra, dunque, rappresenta questa verità: nirvana e samsara non sono che i due aspetti della medesima potenzialità, l’aspetto dualistico di una medesima essenza che si manifesta attraverso l’energia.

Il mondo così come lo possiamo sperimentare attraverso i nostri sensi, nelle esperienze ordinarie, non è un’altra cosa rispetto al mondo reale, ma solo un diverso aspetto di questo, un diverso modo di manifestarsi della medesima energia primordiale, che si esprime tanto nella visione del nirvana quanto in quella del samsara.

Ecco perché il Tantra non distingue fra puro e impuro, fra sacro e profano, fra personalità ed essenza. L’esperienza della realtà e quella dell’illusione non sono che i due estremi, i due poli dell’unica Verità essenziale, i due aspetti del fluire di un’unica energia.

Se la visione impura e contingente non è che una diversa manifestazione dell’energia che produce la visione pura, allora, è attraverso l’energia che si può convertire una nell’altra.

I Tantra quindi sono insegnamenti basati sulla conoscenza e sull’applicazione dell’energia.

Attraverso la pratica del Tantra l’esperienza che abbiamo comunemente del mondo (e che corrisponde alla visione limitata) può trasformarsi nella corrispondente esperienza pura della stessa realtà.

Un esempio semplice ma efficace di questo concetto si può sperimentare nella pratica dello Yoga, quando il corpo in posizione viene percepito come una geometria, ed esprime così un insieme di forma e numero, cioè qualcosa di essenziale. In altre parole: il corpo diviene espressione di un archetipo.

Spesso le posizioni dello Hata Yoga (tutto il corpo dello Yoga – ricordiamolo – appartiene alla smisurata materia del Tantra) indicano questo percorso attraverso il nome che le contraddistingue, nome che fa riferimento ad animali, oggetti o figure che sono altrettanti archetipi dell’essere.

Così la posizione del “cobra” non fa riferimento soltanto all’animale che porta lo stesso nome, ma al principio simbolico di cui anche l’animale stesso è espressione. E nel riprodurre tale forma con il corpo, il praticante compie un atto di trasformazione tantrica, in quanto passa da un’espressione limitata (il “mio corpo”, quello con cui sono identificato, quello che credo di conoscere e che ogni mattina guardo nello specchio), a una pura (uno degli archetipi che il mio corpo esprime).

Il Tantra, dunque, è l’espressione della non-interruzione dell’unica energia che pervade l’intera manifestazione, e che si esprime comunque e dovunque, in diversi modi e in differenti forme.

La pratica del Tantra, allora, è anzitutto un percorso per comprendere, attraverso l’esperienza diretta, la realtà di questo assunto. E la trasformazione, nell’aspetto più alto della visione tantrica, non è un fine, ma solo un mezzo. È il mezzo per comprendere il senso della verità onnipervadente, che è la reale visione illuminata.

Così, al termine del percorso, il Tantra sfocia naturalmente nella meditazione più pura e perfetta, che è semplice constatazione della realtà del Tutto.


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2 comments

  1. Comment by Vittorio

    Vittorio 14 Novembre 2008 at 15:42

    Una volta ho tenuto un corso di Tantra Yoga. Però si stava tutti vestiti, non ci si mettevano le mani addosso l’un l’altro, e nemmeno si faceva sesso a distanza dicendosi le cose zozze.
    Più o meno i presupposti erano quelli descritti nell’articolo, tradotti in esercizi.
    Venne a chiedere informazioni un medico evoluto – di quelli che sanno di chakra e di nadi – e molto si scandalizzò quando gli esposi i principi ispiratori del corso.
    “Ma come – sbottò a un certo punto della discussione – tutti sanno che il tantra è l’uso dell’energia sessuale per raggiungere stati di coscienza realizzativa!”
    Sono passati tanti anni, ma se lanciate un “tantra” in Google ne ricaverete risultati che, più o meno, danno ancora ragione a lui. Compresi un paio di filmati dei quali, per puro esercizio di compassione, non riporto i link.
    Questo mi fa pensare, tanto per stare in tema, ai bambini che giocano al dottore, e che riducono l’intero corpus della scienza medica a un modo per abbassarsi reciprocamente le mutande.
    E’ ben vero che dal medico ci si può anche spogliare, ma è altrettanto vero che questo atto non esaurisce certo la funzione né lo scopo di una visita.
    Ciascuno però riduce a propria misura. E intende ciò che può intendere.
    Normale, perciò, che in questo occidente insieme sessuofobo e sessuomane, dell’intero stato originario di Samantabhadra (che non è una parrucchiera di Forlì), rappresentato nella forma dell’amplesso cosmico Yab-Yum, sia stato colto soprattutto il risvolto sessuale, e in una chiave (interessatamente) ben poco simbolica.
    E che l’intero rapporto dialettico fra Samsara e Nirvana, Purusha e Prakriti, Yin e Yang, Shiva e Shakti, sia stato ridotto al rango delle tecniche spacciate da un mensile “for men”.
    Come dire (mi si passi la blasfemia) da yab-yum… a zum-zum!

    Grazie per l’articolo, Mauro.
    Ce n’è sempre bisogno!

  2. Comment by sam

    sam 19 Dicembre 2008 at 22:43

    come si può insegnare senza tenere conto delle profonde ferite dell’essere umano. ti sorprendi davvero che in questo mondo da tè definito sessufobo non ci sia la giusta attitudine ad argomenti così elevati ?! io direi asettici…cosa elevi se una donna non sà più “elevarti” solo guardandoti o un uomo non sà Fottere per paura di fare cose zozze.
    ricordo bene un gruppo di “tantra ” a cui partecipai.una donna, che di fronte ad un uomo in lacrime per la sua impotenza,gli diede il suo seno da succhiare, come si dà ud un neonato.non era il suo uomo, era”un medico che sapeva tutto sui ciakra”.forse può essere più efficace leccare una ferita che prescrivere una ricetta.forse… mi dispiace che tanta inteligenza non si mischi alla …carne.
    un saluto con rispetto e passione.
    Ma Pantha Samadhi.

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